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In questo nuovo articolo di Franco Gabbani viene trattato un argomento basilare per la società dell'epoca, la crescita culturale della popolazione e dei lavoratori, destinati nella stragrande maggioranza ad un completo analfabetismo, e, anzi, il progresso culturale, peraltro ancora a livelli infinitesimali, era totalmente avversato dalle classi governanti e abbienti, per le quali la popolazione delle campagne era destinata esclusivamente ai lavori agricoli, ed inoltre la cultura era vista come strumento rivoluzionario. 

. . . altrimenti in Italia tutto il potere centrale .....
Sei fuori tema. Ma sappiamo per chi parli. . .
. . . non so se sono in tema; ma però partito vuol .....
Quelle sono opinioni contrastanti, il sale della democrazia, .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Nei tuoi occhi languidi
profondi, lucenti
piccolo mio
inestimabile tesoro
vedo il futuro
il tuo
il presente
quello del tuo babbo
il passato
quello .....
Nel paese di Pontasserchio la circolazione è definita "centro abitato", quindi ci sono i 50km/ h max

Da dopo la Conad ci sono ancora i 50km/ h fino .....
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"Dire e/è Fare"
di Piero Paolicchi

19/8/2018 - 17:20


Può sembrare strano, ma non lo è affatto, dedicare oggi uno spazio alle parole. Non lo è perché come sempre, ma oggi più che mai, il mondo in cui viviamo è fatto di parole, se, come tutti ripetono, è il mondo della comunicazione, un mondo in cui le tecnologie della comunicazione condizionano la nostra vita non meno di quelle della produzione industriale o della chimica.

Perciò è tanto più utile riflettere su questo strumento, il più importante e sofisticato che la specie umana abbia inventato, e di cui invece si fa uso inconsapevole e acritico, non solo da parte di chi parla a vanvera (e sono sempre di più), anche se, anzi specie se, è un politico, ma anche di chi si occupa di educazione continuando a spingere verso le discipline scientifiche piuttosto che verso quelle umanistiche (faccio presente di passaggio che quando io  dico “piuttosto che” vuol dire “piuttosto che”, non “o”, come è entrato in modo idiota nell'uso anche da parte di persone cosiddette colte). Come se l'uso del linguaggio verbale non fosse decisivo per dirimere una questione in qualsiasi campo, o per illustrare i pregi e difetti di un quadro, o per capire un problema in ambito fisico o chimico.

Ci sarà subito chi dirà che i numeri parlano più chiaro delle parole, e chi dice che ci vogliono fatti e non parole. Quanto ai numeri, sfidando gli esperti di matematica, statistica e economia, devo affermare subito che i numeri non dicono niente, sono procedure puramente logiche, quindi astratte e perciò prive di contenuto concreto: per far dire loro qualcosa, bisogna ritornare su di che cosa si sta parlando. Certe volte poi i numeri pigliano per il culo qualcuno o tantissimi, come quando esprimono il reddito medio di una popolazione: Trilussa l'ha messa perfino in versi la media di mezzo pollo a testa che risulta se uno lo mangia intero e un altro sta a bocca asciutta.

E quanto ai fatti, certo sono oggetti che hanno una qualche concretezza e determinazione in sé, come qualcosa che rientra nel campo della fisica, della chimica, della biologia. Ma se non sono fenomeni naturali, se sono fatti nel senso di azioni, i dati osservabili “oggettivamente”, ad esempio da una telecamera, non bastano affatto per capire di cosa si tratta, cosa sta succedendo. Devono essere interpretati e il risultato di questa operazione (possibile solo mediante concetti, cioè parole) può farci trovare di fronte a “fatti” molto diversi.

Un esempio: un individuo A colpisce con la mano il volto di un individuo B: è un fatto, ma non è univoco affatto. Se risulta che  A soffre di una malattia come la chorea di Huntington potrebbe aver mosso il braccio e colpito del tutto involontariamente B. Se A è noto come tipo irascibile potrebbe aver schiaffeggiato B solo per averlo urtato passando. Se B aveva ripetutamente offeso A in quel momento, questo potrebbe aver reagito perché, come si dice in Toscana, gliele ha proprio levate dalle mani. Se A è il padre di B potrebbe averlo schiaffeggiato non per reazione ad offese, ma perché aveva fatto qualcosa di gravemente scorretto, o tale almeno per quel padre che condivide ancora una cultura in cui gli errori dei figli si correggono, se necessario, anche a schiaffi.

Quello che dà senso ai fatti umani, che li fa essere quello che sono, dipende insomma dai significati, dalle intenzioni, dalle ragioni che gli esseri umani si danno per passare dalle parole ai fatti, che possono essere fatti ancora di parole o di coltelli o peggio. Per trovare un bandolo nella matassa di parole che verrebbe fuori se tentassi di parlarne in lungo e in largo, finendo per aumentare la confusione in chi legge, scelgo quindi il punto fondamentale di qualsiasi discorso sul linguaggio: le parole non descrivono il mondo, ma lo costruiscono, ne costruiscono un'immagine che non è mai l'unica vera, ma è quella che serve a uno dei tanto scopi che gli esseri umani si danno, soprattutto a quelli, unici della nostra specie, di dare un senso al mondo in cui siamo calati:  un mondo che non ha un significato in sé, perché il significato è qualcosa che solo gli esseri umani sanno produrre e condividere. Questo vale soprattutto quando non si tratta di capire fatti più o meno complessi attinenti alla realtà fisica, ma quelli ancora più complessi della nostra realtà umana. Fino a quelli cui si riferiscono le domande che danno il titolo a una delle grandi opere di Paul Gauguin: “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”. 

 

Già nella Bibbia si dice che Dio, dopo aver creato Adamo, gli mostrò il mondo e dette a lui il compito di dare il nome a tutte le cose. Era in questo modo che Adamo le faceva sue, se ne impossessava. E ancora biblico è il detto che le parole possono essere un'arma terribile, se “ne uccide più la lingua che la spada”. Non è vero, insomma, che le parole le porta via il vento (e neppure ormai le biciclette i Livornesi, che hanno trovato dei concorrenti agguerriti in provenienti da altre regioni e perfino da altri continenti). Certe parole possono essere invece pietre, come nel titolo di un saggio di Primo Levi, non solo perché devono avere una consistenza, un peso, e non essere vuote emissioni di aria non diverse da quelle di chi ha la faccia come … con quel che segue; ma anche perché possono colpire e fare seri danni, perché sono sempre e comunque azioni, come le definisce Wittgenstein.

Quando ci rivolgiamo a qualcuno, non gli stiamo mai solo “dicendo” qualcosa, gli stiamo “facendo” qualcosa. La vera domanda da farsi di fronte a un qualsiasi atto comunicativo è quindi non cosa si sta dicendo ma cosa si sta facendo, perché rivolgendosi a qualcuno si può cercare di aiutarlo, incoraggiarlo, deriderlo, umiliarlo, imbrogliarlo, minacciarlo, ricattarlo.

Nessun atto comunicativo ha solo una funzione di trasmissione di contenuti, tutti stabiliscono una relazione tra esseri umani, che in quanto tale ha sempre anche una dimensione etica. Per questo, come mi è già capitato di scrivere e posso qui ribadire, difendere ed incentivare il livello del linguaggio di una comunità, significa difendere ed elevare non solo il suo livello culturale, ma il suo livello morale. 


Piero Paolicchi, psicologo, esercita la propria attività eversiva di docente presso l’Università di Pisa. Dopo la teoria generale dell’imbecillità, descritta nel suo precedente libro, Il fattore I, continua a essere ostinatamente ottimista e crede che, tutto sommato, la situazione sia “disperata ma non seria”.

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20/8/2018 - 18:20

AUTORE:
Straccio&Cencio

La cosa divertente ma poi non così tanto è che, parlando lingue o dialetti diversissimi possiamo non spiegarci bene e quindi non capirci a dovere...e così si giustificano gli equivoci...ma la cosa burlesca e caricaturale è che il più delle volte si parla la solita lingua o lo stesso idioma...eppure si capisce dal culo!

20/8/2018 - 16:11

AUTORE:
Curioso

Leggendo questo breve ma succoso articolo del professor Paolicchi mi sono chiesto (ed è veramente il caso) da dove potesse derivare l'espressione "parlare a vanvera".

Riporto qui quella più sintetica, non molto diversa da altre più specialistiche.

L’espressione compare per la prima volta nel 1565 in un testo dello storico fiorentino Benedetto Varchi e significa dire cose senza senso o senza fondamento. Sulla sua provenienza si sono fatte però molte ipotesi. Alcuni studiosi, ad esempio, fanno notare che la radice di “vanvera” assomigli a quella di vano. Altri ritengono che la parola derivi dal gioco della bambàra, una locuzione, forse di origine spagnola, con la quale s’intendeva una perdita di tempo. E se a rinforzare questa tesi c’è il fatto che in certe zone della Toscana si dica proprio “parlare a bambera”, alcune contraddizioni cronologiche e altri piccoli indizi sembrerebbero smentirla. Per questa ragione, oggi gli etimologisti sono più propensi a credere che vanvera sia una variante di fanfera, una parola di origine onomatopeica che vuol dire “cosa da nulla”: fanf-fanf, infatti, riproduce il suono di chi parla farfugliando e, appunto, senza dire niente di sensato.