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Guardati allo specchio! Il volto che vedi riflesso è il risultato di milioni di anni di evoluzione e riflette le caratteristiche più distintive, che utilizziamo per identificarci e riconoscerci.  E' il risultato che si è plasmato secondo i nostri bisogni, legati al mangiare, al respirare, alla vista, alla comunicazione.  Ma come si è evoluto nei millenni il volto che abbiamo, per arrivare a mostrarsi com' è oggi?

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Nel germoglio di un'amore
C'e' il sorriso
della vita
Ed il tremito dei sensi
Che prelude a nuovi voli

E' la
danza di una fiamma
Che accarezza .....
. . . . . . . . . . . . . . un fatto accaduto quando andavo ancora alle elementari e che ricordo ancora molto bene. . . . . . Ebbene nell'ultimo banco .....
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Vittorio Alfieri: Pisa e la Luminara

25/11/2018 - 16:25


 
MANFREDO RONCIONI
 
L’ULTIMO SOGGIORNO PISANO DI VITTORIO ALFIERI, E LA RECITA DEL SAUL
 
[…] Vittorio Alfieri, com’è noto, fu più volte nella nostra città. Un primo soggiorno pisano lo troviamo citato nelle sue memorie, allorché, nella primavera del 1776, venne in Toscana con l’intenzione di “disfrancesarsi” (e Manzoni, poi elegantemente, avrebbe poi detto “risciacquare i panni in Arno”). Si trattenne a Pisa sei o sette settimane, tutto occupato a scrivere tre tragedie contemporaneamente, che poi volle sottoporre al giudizio dei "barbassori" della nostra Università.
 
Vi tornò poi, otto anni dopo, nel 1784, e vi si trattenne, questa volta alcuni mesi. Fu proprio in quel periodo che una mattina a letto, leggendo le opere di Plinio, imbattutosi nel “Panegirico” che lo scrittore latino aveva composto in onore di Traiano, colto da sdegno libertario balzò dal letto, e “impugnata con ira la penna”, esclamò: “Plinio mio .... ecco come avresti dovuto parlare di Traiano!” e tosto  “d’impeto, quasi forsennato”, buttò giù una diversa versione del testo pliniano, in cui immaginava che l’autore esortasse l’imperatore a restituire ai Romani le perdute libertà panegirico a rovescio, tipicamente alfierano, che il Nostro ebbe l’ingenuità, qualche anno più tardi, di offrire al povero Luigi XVI, che aveva già, per così dire, un piede sul palco fatale!
E ancora, durante quel medesimo soggiorno pisano, l’Alfieri vide e ammirò il Gioco del Ponte, “spettacolo bellissimo, che riunisce un non so che di antico e di eroico”; nonché la luminara di San Ranieri, anch’essa molto ammirata. Un’ultima visita alla nostra città fece l’Alfieri nel giugno del 1795, come racconta egli stesso nella sua “Vita”: “ed essendovi in Pisa in casa particolare di Signori un’altra compagnia di dilettanti, che vi recitavano pure il Saul, io, invitato da essi di andarvi per la luminara, ebbi la pueril vanagloria di andarvi, e la recitai per una sola volta, e per l’ultima, la mia diletta parte del Saul; e là rimasi, quanto al teatro, morto da re”. E altrove, nel “Rendimento di conti da darsi al tribunal d’Apollo“ l’Alfieri precisa:   “ .... a mezzo giugno, andai a fare una strionata a Pisa; dove recitai da Saul con una compagnia di signori pisani, in un teatrino del Balì Roncioni ....”.
Queste due citazioni indicano con esattezza il tempo e il luogo dell’ultima comparsa del poeta nella nostra città: il 16 giugno 1795, palazzo Roncioni sul Lungarno. Veniamo a sapere altresì che quella fu l’ultima volta che l’Alfieri calcò le scene, e che lo fece nella parte del personaggio a lui più caro: “ .... il Saul, che era il mio personaggio più caro, perché in esso vi è di tutto, di tutto assolutamente”.
Documenti d’archivio in mio possesso, a suo tempo ritrovati e raccolti da mio padre, permettono di ricostruire con maggior copia di particolari quella memorabile giornata pisana del poeta. Il 21 gennaio di quello stesso 1795, il Bali Angiolo Roncioni aveva così scritto all’Alfieri a Firenze: “Domenica scorsa si aprì il mio teatrino. Lunedì si rappresenterà il Saulle, io sono in impegno di parteciparle i voti di tutti i miei Accademici che desiderano la sua presenza, e l’invitano tutti ad una voce. Si risolva, se non gli è d’incomodo troppo grave; io, per non farle perdere un minuto di tempo, le offro senza complimenti un letto in casa mia, dove Lei verrà a smontare, sicuro di farmi una finezza e piacere sensibilissimo. Obbl.mo servo Roncioni. Pisa, 21 genn. 1795”.

Il teatrino qui citato era stato appena costruito in sostituzione, a quanto pare, di un altro più piccolo e modesto. Era contenuto in una vasta sala di 15 per 10 metri, al primo piano del palazzo, sala che oggi non esiste più, essendo stata successivamente divisa in tre locali. Dalla fattura presentata dal falegname Luigi Mariani, si apprende che era costato - di sola falegnameria - la cospicua somma di 1107 lire. Doveva avere - sempre da quanto risulta dalla fattura suddetta - ventisei scene mobili scorrevoli su guide e pulegge; un sipario che saliva e scendeva; il posto per l’orchestra separato mediante una transenna; e infine, ahimè, la buca per il suggeritore; si legge infatti sulla fattura: “Avere fuatto il Puosto per il Rammentatore, con il suo Sedile e Puanchetta”.

Dico  “ahimè” perché l’Alfieri non voleva assolutamente recitare con il suggeritore: vi immaginate lui, l’autore della tragedia, che prende l’imbeccata da un omino affacciato in una buca? E questa, a quanto pare, era una buona ragione, per il Nostro, per non risolversi ad accettare l’invito dei pisani. Ci vollero i buoni uffici di un certo barone Baillou, che riuscì a convincerlo, dopo molti indugi, ad accettare. Forse, contribuì a convincerlo, anche il ricordo della luminara, che tanto lo aveva incantato alcuni anni prima.
San Ranieri con un avvenimento teatrale di eccezione, quale la rappresentazione di una delle pù acclamate tragedie dell’epoca, interpretata dallo stesso autore?
Ma al di là delle scarne notizie che ci restano, cerchiamo ora di rievocare l’atmosfera di quella memorabile serata.  In quell’estate del 1795, nonostante le inquietanti notizie di sanguinosi rivolgimenti che da qualche tempo giungevano dalla Francia, in Toscana si viveva ancora quella tranquilla “doucer de vivre” del Settecento, di cui, non molti anni dopo, il Talleyrand aveva detto che nessuno avrebbe potuto immaginarla, se non l’avesse vissuta. Tanto lontani ci si sentiva dagli avvenimenti francesi che, in quello stesso anno 1795, una figlia del Bali Angiolo, Maddalena, andava sposa recando, nel suo corredo, un abito con scollatura “a la guillotine”: potenza e frivolezza della moda!
Questa vita tranquilla e patriarcale del vecchio granducato esasperava, forse, gli spiriti forti come l’Alfieri, che, coccolato dalla sua contessa a Firenze, amava immaginarsi sventurato e tormentato come il suo personaggio prediletto, il Saul; o come il suo anfitrione di quella sera, il Bali Angiolo, che a forza di leggere, nei suoi ozi in villa , i libri “proibiti” degli illuministi, sognava - come Don Chisciotte le gesta dei cavalieri antichi - l’avvento di nuove idee che avrebbero mutato il mondo.
I due spiriti forti e impazienti dovevano intendersi, e vibrare insieme allo scandire dei possenti versi della tragedia. 
 
Si spegnevano nella sera pisana i lumi dei lampanini e quelli del teatrino; ma prima che fosse trascorso un anno da quel giorno, altri fuochi avrebbero divampato alle Porte d’Italia, dove Napoleone avrebbe appiccato il lungo incendio dell’Europa, e inaugurato un secolo nuovo. […]

 
Questo fa parte di un volumetto stampato nel 1987 in occasione della tavola rotonda del 20 febbraio organizzata dall’Associazione Internazionale Toscani nel Mondo, delegazione di Pisa, su “Soggiorni e vicende di Vittorio Alfieri a Pisa”.
Gli interventi terminano con una pubblicazione di versi dell’Alfieri: L’idioma gentile, L’ermo lido e il gioco del ponte, Accenti di vernacolo pisano e fiorentino e alcune lettere scritte da Pisa.
 
Ne ho tralasciata una perché quella a me, ed altri lettori commentatori delle ultime foto del giorno, più vicina e cara: “Epigrammi e dialoghi”.
 
Perché?
Leggete e capirete:    

  
EPIGRAMMA CONTRO I PEDANTI FIORENTINI
(Databile nel luglio-agosto 1783)
 
Toscani, allarmi:
Addosso ai carmi
D’uom che non nacque

 

D’Arno su l’acque.
Penna, e cervello
L’inchiostro c’è;

 

Ma sbiadatello
Più che nol de’.
Su via, che dite?

 

Non li capite?
Vi paion strani?
SARAN TOSCANI.

Son duri duri,
Disaccentati...
NON SON CANTATI.

Stentati, oscuri,
Irti, intralciati.
SARAN PENSATI.

 
EPIGRAMMA CONTRO I DETRATTORI DELLE SUE TRAGEDIE
(30 luglio 1783 tra Modena e San marcello)

Mi trovan duro?
Anch’io lo so:
pensar li fo.
 
Taccia ho d’oscuro?
Mi schiarirà
Poi libertà.

(i primi  sono tutti di 5 sillabe! ci pensate se avesse conosciuto gli haiku? Cosa gli ci sarebbe voluto aggiungerne due e fare concorrenza ai giapponesi?)     

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