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Con una ricerca dell'Università di Washington, che può considerarsi la prima ad essere indirizzata sull'argomento, si è riusciti a riprodurre mediante un processo computerizzato, il movimento di fibre microplastiche nell'ambiente.  Lo studio è stato pubblicato nel numero di novembre della rivista Advances in Water Resource...

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Pappiana
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Pappiana
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Campionato provinciale di seconda categoria
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Giovanissimi B girone A
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Io che ho spiegato le vele tutte finché la riva scompare,
esplorato ogni terra invisibile,
ogni visibile mondo, sfidato correnti, mostri marini, .....
RISOLVE :
- UMIDITA’ NELLE MURATURE
- RISANAMENTO DEL CALCESTRUZZO DEGRADATO
- IMPERMEABILIZZAZIONE DI :
. TERRAZZE E TETTI
. VASCHE IN C. A. .....
di Umberto Minopoli
Oltre il Pd, un’alleanza dei progressisti europei

6/12/2018 - 19:46

       Oltre il Pd, un’alleanza dei progressisti europei

E ora?

La rinuncia di Minniti non è una banalità. Spero che tutto il Pd ne sia convinto. E che si muova di conseguenza.
Le motivazioni che Marco adduce per il suo abbandono sono, esattamente, quelle per cui molti di noi avevano salutato la sua discesa in campo: la sua storia unitaria, la maturità, la caratterizzazione come uomo di governo e non di corrente, la caratura “statale” del suo profilo.
 
La scelta di Minniti
Tutti interpreteranno la scelta di Marco con una mancata assicurazione di Renzi “sull’eternità del Pd come casa di riferimento”; quello che volgarmente, ma molto volgarmente, si chiama scissione.
Su questo punto l’ipocrisia è tanta. Ma proprio tanta. Fino a qualche settimana fa tutti, letteralmente tutti, nel Pd parlavano della necessità di “andare oltre il Pd”. Specie alle europee. Dove, ancora più netta che in Italia, e’ evidente la necessità di opporre al sovranismo minaccioso uno schieramento europeista non ristretto al campo socialista ma che tenga insieme socialisti, liberali, popolari e Verdi.

Che, sfugge ai dirigenti del Pd, sono la maggioranza ancora in Europa. Da difendere e a cui collegarsi.
Invece ci sono dirigenti svitati nel Pd che pensano si debba dialogare con Corbyn (che in Europa non c’è) invece di fare liste con Macron (che in Europa c’è).

Delirio.
Fino a qualche settimana fa l’idea di “andare oltre il Pd”, intanto per le liste europee, era la ipotesi di tutti nel Pd. Ricordate? Calenda aveva motivato così, addirittura, la sua scelta di iscriversi al Pd: fare il “fronte repubblicano”. Ma dopo di lui tutti i dirigenti del Pd (da Orfini allo stesso Zingaretti) avevano parlato di superamento del Pd per costruire un contenitore dell’alternativa ai populisti. Intanto alle europee.

Se lo sono rimangiato?

Torniamo a fare del debole Pd attuale l’inizio e la fine di tutto?

Pensate che è questo ciò di cui l’alternativa ai populisti ha bisogno?

Non di allargare il fronte (a tutti coloro che vogliono opporsi ai populisti) ma di restringerlo? Errore mortale.
 
Andare oltre il Pd
Andare “oltre il Pd” sarebbe la vera, coraggiosa, generosa, strategica proposta per sconvolgere le certezze vacillanti dei populisti. E cominciare a costruire l’alternativa.
Perché definire questo importante e vitale progetto una scissione?

E’ il contrario. E’ una prospettiva di aggregazione. Va “oltre il Pd” certo. Ma per allargare il campo dell’opposizione. Non per restringerlo.


Perché chiedere a qualcuno (Renzi ma chiunque altro) patenti (ridicolo) di fedeltà eterna al Pd se, invece, è all’ordine del giorno, per l’alternativa ai populisti, “andare oltre il Pd”? Non sarà che i dirigenti del Pd non credono affatto all’alternativa ai “populismi” (entrambi)? Non sarà che pensano che il futuro del Pd non sia quello di superarsi in un fronte più ampio e nuovo, unitario e competitivo superando le vecchie, presunte identità? Che cosa distingue oggi un riformista europeista che sta nel Pd da altri che stanno in altri partiti europeisti e di opposizione ai populisti? Che senso ha fare del Pd un feticcio eterno cui giurare fedeltà? Non si rendono conto che è così, esattamente così, che lo riducono ad una bad company, inutile e priva di interesse? Ma scuotetevi un po’!
 
La società che si oppone ai populismi
Dopo solo 6 mesi di governo il contratto tra i populisti fa acqua, questi si rimangiano tutto, devono rinnegare le loro idiote promesse, i segni di ribellione sociale si moltiplicano, le imprese, gli artigiani, i territori produttivi vanno in piazza (con la sola “brillante” eccezione dei dormienti sindacati, ahimè), l’elettorato dei populisti vacilla, il Nord economico e produttivo è in rivolta, la gente si autoconvoca contro il governo.
E il Pd che fa? Si terrorizza dei “comitati civici” (che sono unitari, determinati contro il governo e non una corrente del Pd), invece che sollecitarli, trascura le piazze autoconvocate di Torino, Roma e altre, è silente sulle proteste delle imprese, di Confindustria, del Nord produttivo. Insomma ha paura della società che si muove.

Vive col perenne fantasma di Renzi. Si mostra chiuso e tremebondo. Vede dappertutto non il malessere della società verso i populisti, ma la sciocca e meschina paura della scissione. Da far cadere le braccia.
Minniti ha ragione sul punto chiave: questo congresso del Pd -introverso, divisivo, correntizio, anonimo – è non solo inutile ma, tragicamente, dannoso. Sarebbe intelligente rinviarlo. A dopo le europee. E intanto gettarsi, senza imbarazzi, nella società che si scuote e nell’opposizione ai populismi.



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12/12/2018 - 9:16

AUTORE:
Umberto Minopoli

Renzi, comunque, pensa di politica e strategia. Il resto è nanismo politico. Sono i dirigenti del Pd che uccidono il Pd. Questo congresso e’ solo dannoso.

Non ho mai creduto alla storia della “scissione di Renzi”. Scissione di che? Di un partito di cui, volendo, e’ ancora maggioranza? Si e’ mai vista una tale stravaganza? E si è mai visto un leader che prepara una scissione lasciare che i suoi amici ed alleati interni si sparpaglino, aderiscano ad altre piattaforme e si disperdano in più rivoli? E con il leader che dichiara, ogni giorno – mentre gli altri si organizzano e si contano- che lui non fa neppure una corrente. Cioè, il requisito minimo per una scissione. Sarebbe Renzi il più maldestro degli scissionisti. Poco credibile. Come incredibile sarebbe l’altra ipotesi che gli si attribuisce: il partito personale. Pensare che Renzi abbia rinunciato (perché ha rinunciato lui) a guidare un partito più grande, di cui è azionista di riferimento, per farsi un partitino tutto suo, e senza neanche amici ed alleati, sarebbe la più ridicola e banale delle scissioni. E Renzi banale non è. E allora? Perché Renzi si è (sinora) chiamato fuori dal congresso Pd? Provo a indovinare: Renzi non vuole, affatto, una scissione del Pd. Ma una ristrutturazione del campo dell’opposizione al governo. Non scissioni ma ingresso di nuovi soggetti, aree, energie, contenitori. Cos’è oggi il campo dell’opposizione? Il Pd, la forza più grande, è dilaniato, confuso, poco influente. Forza Italia è in via di sparizione, cannibalizzata dalla Lega sovranista. Centrosinistra e centrodestra non esistono più. Si vanno radicalizzando e perdendo la essenziale connotazione “centrista”: Il primo, nella sua versione più estesa (dalla Bonino a Calenda e Bersani) ristagna, tristemente, a poco più del 21%. Il suo azionista principale, il Pd, rischiano di abbracciare, per disperazione, la prospettiva suicida dell’incontro con i 5 Stelle come via d’uscita alla debolezza ed evanescenza del vecchio centrosinistra. Il centrodestra è in una condizione drogata: appare elettoralmente vincente ma segnato dal dominio sovranista, che lo consegnerebbe ad un destino estremista, antieuropeo, fuori ed avverso alla maggioranza moderata che, ancora, è guida politica in Europa. Insomma: l’opposizione si assottiglia e si radicalizza nei suoi poli. Nella geografia politica italiana viene meno il luogo del “centro”. Che non è, necessariamente, un contenitore, un partito o un gruppo di personalità. E’ un connotato che ogni formazione, coalizione o partito che compete per il governo, dovrebbe avere: si definisce, non a caso, centrosinistra o centrodestra (e non sinistra e destra i poli in competizione). Il centro è il luogo della moderazione delle aspettative, della compatibilità dei programmi, del realismo, dell’equilibrio dell’azione di governo. A cui oggi vanno aggiunte due caratteristiche (finora valori comuni in Europa, nella dialettica tra destra e sinistra) che invece stanno diventando contendibili: l’unità europea e la crescita economica come filosofia accettata dei governi. E’ tutto questo che sta scomparendo nella dialettica e nella geografia politica italiana. Ed è a rischio in Europa. Se ho capito Renzi credo che questa lettura preoccupata della realtà prevalga su propositi di scissioni o partitini personali. Non sarebbero una risposta al problema. Lascerebbero intatte le difficoltà. E frustrebbero, anche, aspettative ed ambizioni di un leader che, legittimamente, le nutre. Renzi, credo e spero, si è tirato fuori dal congresso perché scettico sul tema del Pd come inizio e fine del discorso e perchè convinto, immagino, che non è la guida del Pd che risolve il problema politico della debolezza dell’opposizione. E della perdita del “centro”. E che senza irrorare il campo delle opposizioni di nuove forze, protagonisti, realtà sociali- oggi disperse, prigioniere di vecchi steccati, disimpegnate, scettiche, scoraggiate, diffidenti, astensioniste- l’alternativa ai populisti non potrà decollare. Invece che chiudersi nelle introverse dispute dei vecchi partiti, credo che Renzi ritenga più produttivo un paziente lavoro di scouting, di stimolo a cose nuove, a nuove energie organizzate in campo. Fuori dai vecchi perimetri ideologici, stancanti, ritualistici dell’eterna guerra civile di carta della politica italiana, a destra come a sinistra. Non si tratta di propositi astratti e clamanti. E’ la novità di queste settimane- l’esasperazione delle imprese, l’emergere di un partito del Pil, la ribellione dei “produttori” alle politiche anti crescita, la catastrofe dei giovani, il declino eversivo dei caratteri della nazione (giustizia, scuola, sanità) sotto l’accetta delle politiche populiste- che motiva la plausibilità, il realismo, la credibilità del disegno che attribuisco a Renzi: la ristrutturazione del campo dell’opposizione. Per un nuovo realismo dell’alternativa. Ma c’è un ma: può questo disegno fare passi, acquisire forza e credibilità se il principale partito dell’opposizione si sfarina, si rintana nei vecchi schemi ideologici, espelle il riformismo che lo ha attraversato nei 5 anni di Renzi, si rimpicciolisce e si consegna ad uno dei populismi in campo? Non era detto, ha ragione Renzi, che doveva essere così. Potevano convivere il disegno più largo di Renzi e un Pd che si dedicasse, con nuovi gruppi dirigenti, a ritrovare e rinsaldare il suo ubi consistam. Non è stato così. E questo è l’errore strategico compiuto dai dirigenti non renziani del Pd e dal nuovo patto sindacale che, regista Veltroni, con Franceschini, Gentiloni, Fassino e Zingaretti (lo strumento) guida oggi il Pd. Loro hanno preso una topica. Hanno scambiato lucciole (il disimpegno di Renzi dal congresso) per lanterne (la volontà di scissione). Non hanno capito la preoccupazione strategica di Renzi (ristrutturare il campo dell’opposizione) che andava, invece, assecondato. E hanno fatto errori da nanismo politico: in 8 mesi di damnatio memoriae di Renzi, riavuta la guida del Pd, non sono riusciti ad affermare una narrazione propria ed alternativa; hanno impostato il congresso sulla “rottura col passato” (Zingaretti), la liquidazione di Renzi e, persino, l’autocritica dell’esperienza di governo del Pd . Sono loro che hanno sterilizzato e opacizzato la prospettiva del Pd. E lasciato trasparire l’assenza di ogni altra strategia che non sia l’incontro con i 5 Stelle. Ora Renzi ha un problema: l’errore della nuova dirigenza del Pd può essere sanato o si prende atto del declino del Pd verso l’irrilevanza, la liquidazione della sua natura riformista e la consegna inerme alla Opa su di esso dei 5 Stelle? Ritornare sui suoi passi è oggi per Renzi una possibilità da considerare. Perchè, forse coincide con una necessità: la “ristrutturazione dell’opposizione” forse deve cominciare dal Pd, guidarlo per trasformarlo e non lasciarlo andare alla deriva che rischia di diventare, per esso, il vestito che intende cucirgli addosso la nuova dirigenza antirenziana del partito.

9/12/2018 - 10:47

AUTORE:
Amico fb di Umberto

Te ci passi tutti i giorni e lasci il tempo che trovi perchè "luilì" lo chiami "Monopoli" ma, non saresti capace di scrivere tutti i santi giorni una "novità sempre uguale"
buona lettura.

Umberto Minopoli
Avvia spesso conversazioni · 35 min

“Torna, ti prego”. Davvero un capolavoro politico quello dei dirigenti Pd. Di insipienza e di autogol in serie: senza Renzi alla guida (ormai da 8 mesi) sono riusciti a farlo diventare il tema della loro vita interna, della loro prospettiva e di questo eterno congresso che continua a dividerli senza mai celebrarsi. Fossi in Franceschini, Gentiloni, Fassino (Veltroni dall’esterno) e Zingaretti (lo strumento) mi interrogherei sui loro tre errori strategici, i loro tre autogol. Primo errore: riavuta la guida del Pd avrebbero dovuto affermare la loro proposta politica e strategia. Invece, con voracità e approssimazione infantile, hanno impostato la discussione interna e il congresso sulla “rottura col passato” (Zingaretti), liquidazione del renzismo, di Renzi e, persino, dell’esperienza di governo del Pd. Così il “fantasma di Renzi” si e’ imposto, per mesi e mesi, come l’ossessione dei dirigenti del Pd dimostrandone la scarsa capacità,autonomia e statura. Secondo errore: hanno, sin dall’inizio, puntato le loro carte politiche su un’idiozia, un suicidio, un non senso: l’incontro con i 5 Stelle. Purtroppo per loro ( ma Renzi li aveva avvertiti) era un azzardo irrealistico e velleitario. Nella azione di governo, i 5 Stelle si sono dimostrati come protagonisti attivi del disastro economico, dell’isolamento e del discredito internazionale dell’Italia, degli azzardi eversivi (dalla giustizia, ala sanità, all’informazione) dell’azione di governo. Non “poveri succubi” di Salvini, come amerebbe dipingerli una certa compiacente propaganda a sinistra, ma attivi protagonisti del disastro. Era facile prevederlo ( visti programmi, valori e natura dei grillini) ma gli illusi dirigenti del Pd hanno vagheggiato. E lasciato solo a Renzi il richiamo alla verità. Terzo errore: fare dello “stanare Renzi” la piattaforma di lancio del congresso Pd. Farne, nei fatti, il convitato di pietra, il protagonista nascosto: da taluni accusato di disimpegno, da altri ( la aspirante nuova maggioranza del Pd) di “preparare la scissione”. Non si e’ mai visto, nella storia delle scissioni di cui la sinistra italiana e’ maestra, uno che prepara la scissione lasciando che i suoi amici ed alleati interni si sparpaglino, aderiscono ad altre piattaforme. E dichiari, ogni giorno, che non vuole fare una corrente o aggregare chi la pensa come lui. Sarebbe il più maldestro degli scissionisti della storia delle scissioni. In ogni caso, grazie ai tre errori dei dirigenti del Pd, Matteo Renzi si ritrova, persino suo malgrado ( lo scrive oggi Capobianco sul Corriere), ad essere protagonista della prospettiva politica della sinistra di governo e del congresso del Pd. Ma, soprattutto io direi, delle prospettive dell’opposizione. E’ evidente che la confusione, gli errori e le velleità della dirigenza post-renziana del Pd stanno tarpando le ali dell’opposizione. Che cresce nelle piazze ma langue in Parlamento. Dove Matteo Renzi appare la voce più combattiva e determinata. Quella che forse servirebbe apparisse la guida dell’opposizione. Certo, immagino il terrore che ne avrebbero Conte, Salvini e Di Maio. A Renzi mi permetterei di dire: “come vedi e registri, non e’ possibile per te disinteressarti del Pd (nel senso di limitarti al ruolo di iscritto e parlamentare). I tuoi deboli avversari, nell’ansia di esorcizzarti, ti tirano dentro ( per i capelli). Ma, ciò che più conta, di questa patologica ossessione e fantasmagoria dei tuoi colleghi avversari, ne soffre il Pd (descritto da tutti come confuso e impotente) e soprattutto ne soffre il paese. Che avrebbe bisogno di una opposizione combattiva, risoluta, senza”grilli” per la testa (in senso proprio) e che si colleghi al malessere del paese ( imprese, artigiani, lavoratori, territori, giovani ). Forse, caro Matteo, servirebbe prendere atto di questa realtà. Io lo penso dal 4 di Marzo ma altri come San Tommaso hanno avuto bisogno di vedere le stimate (sulle braccia del partito e del paese): al Pd serve una guida all’altezza dei problemi. Torna.

7/12/2018 - 22:39

AUTORE:
Ci passo tutti i giorni

Pensavo si capisse l' ironia

7/12/2018 - 18:40

AUTORE:
ci passo tutti i giorni

Come mai sotto lo scritto del Dott. Minopoli non compare quanto scritto qui sotto ?

*Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare.

Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica e in Ansaldo nucleare.

Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Attività Produttive tra il 1996 e il 1999.

Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Trasporti dal 1999 al 2001.

Consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico per le politiche industriali tra il 2006 e il 2009.

E' una grave mancanza di rispetto verso cotanto attore. Ovvia.

ndr. Era già stato pubblicato precedentemente e non ci pareva il caso di ripetere curriculum vitae già noti.
red 2

Vedi anche:umberto monopoli
@umonopoli
Da 25 anni insegno Topografia all'Istituto Superiore Statale Darfo B T (Bs). Titolare di studio Ingegneria a Pisogne(Bs). La passione i viaggi in camper

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