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Guardati allo specchio! Il volto che vedi riflesso è il risultato di milioni di anni di evoluzione e riflette le caratteristiche più distintive, che utilizziamo per identificarci e riconoscerci.  E' il risultato che si è plasmato secondo i nostri bisogni, legati al mangiare, al respirare, alla vista, alla comunicazione.  Ma come si è evoluto nei millenni il volto che abbiamo, per arrivare a mostrarsi com' è oggi?

ARPAT Toscana
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Per chi non lo sapesse, da martedi il comune comincerà .....
Francesco T è Primo? ed Ultimo sono io!
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Vecchiano, 26 aprile
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Le squadre di Val di Serchio
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Sogno San Giuliano:
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Le squadre di Val di Serchio
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Nel germoglio di un'amore
C'e' il sorriso
della vita
Ed il tremito dei sensi
Che prelude a nuovi voli

E' la
danza di una fiamma
Che accarezza .....
. . . . . . . . . . . . . . un fatto accaduto quando andavo ancora alle elementari e che ricordo ancora molto bene. . . . . . Ebbene nell'ultimo banco .....
di Renzo Moschini
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di Renzo Moschini
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Parco Regionale MSRM
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Vernacolando.

9/4/2019 - 22:51


 
Per un popolo che chiama pan de' biacchi un'erba di campo, che proibisce alle donne con il mestruo di toccare i fiori pena il loro disseccamento, che è conterraneo e paesano di Togno del Lazzeri, quello che aveva inventata la posizione verticale della natura femminile, (prima le donne, diceva, l'avevano orizzontale e dava noia), a questa gente, appunto, non dovrebbe essere difficile pensare che il mondo sia per un momento un grande cartone animato.
 
In cielo si vedono volar stormi di uccellini che, vestiti di mimetiche tute blu, sparano con minuscoli fucilini addosso a nudi cacciatori che non hanno niente altro per ripararsi se non le mani sulla testa che, così facendo, tolgono da altre più intime parti, lasciandole scoperte e vulnerabili.

Nei campi si vedono correre, armati di asce e bastoni, frotte di urlanti napoletani che inseguono una sudata  ”voglia di lavorà” per farla a pezzi, quella sciagurata!


Sulle strade, una colonna di carri si snoda dalle colline fino al mare: sono i fiorentini che vanno a Viareggio, carichi di ciambelle per non affogare, damigiane di acqua per non morir di sete e balle di fieno per dar da mangiare ai cavalloni che, hanno detto loro, troveranno sulla spiaggia.
 
Nei campi se ne vanno in giro festosi pisani muniti di grosse ceste di vimini raccogliendo non frutti o funghi, ma vocali e consonanti, per farne grandi abbuffate.
 
Altra gente di paese, armata di forbici da pota, si aggira tra filari di nomi e pronomi, verbi e avverbi, appena vedono crescere una "C" o un “RE” subito zac, zac!

Nei rinseccoliti campi crescono coomeri con il mal di stomao, tutti buati (ecco come nacque il tassello); nelle ‘orti girano sparuti pucini che non trovano più la ’ioccia; nei prati pascolano 'apre e peore, tutte mezze cee, fra branchi di oe che non si ricordano neanche più di essere stati paperi, mentre al fresco delle fosse se ne vanno, svelte svelte, le 'iocciole, loro si sentono più leggere. Nella strada principale del paese c'è tutta una fila di uffici addetti al "Rilascio Consonanti", sempre affollati dal fuori e sempre chiusi dal dentro.
 
Accanto a questa moltitudine di sgorbi, in un'altra strada, e divisa ordinatamente in tre file, una torma di storpi e monarchici verbi  si assiepa davanti ad un grosso sportello con tre buche, chiuse, dove campeggia un'enorme corona. Da una parte ci sono i "mangià’, lavorà',  pagà', da un'altra i "dormì’, partì’, venì” e accanto i "prende, scende, spinge" che reclamano all'unisono il loro "re", in barba alla  Costituzione.

Questo ammasso di magre, zoppe e tronche parole vocia, urla, pretende e smanacca, mentre un drappello di vecchie guardie, con in testa un cappello con la scritta "Pisani", cerca di spingerle in un cadente capannone contrassegnato da una traballante insegna al neon dove lampeggiano alternativamente "italiano" e "vernaolo".

Dall'altra parte di un ruscello, dove nuotano branchi di scarbatre e crognoli, fra ripe verdeggianti di gremigna e granturco, c’è un altro assiepamento di parole deformi, cariche di gobbe e some che tolgono loro anche il respiro. Ogni tanto qualcuna cerca di levarsi una coda, un sacco, un'appendice, ma subito queste ricrescono o risaltano loro addosso come le zecche al cane. C’è un grosso autobusse blu che piange e si dispera per il peso del rimorchio non richiesto e perché il suo amico camio è rimasto  sull'altra sponda. Ad un tavolino siedono zitti zitti il rumme e il cognacche, fermi fermi, sennò traboccano, e in uno spiazzale il cricche aiuta il tramme ad alzarsi.

Nella vigna, fra le pigge dell'uva gonfie di ‘iccola fino a schiantarsi, volano le lape succhiando i fiori di melingrani, mentre in cielo si alzano palloncini pieni di gasse tanto da scoppiare.

Fra tanti cartoni animati se ne stanno tre umani, raggruppati a treppiede, vergognandosi di essere dello stesso genere di quelli che avevano creato le deformità che circolavano loro intorno. Sono tutti e tre armati di spade che usano continuamente per tagliarsi a turno la coda di parole che cresce loro dietro e che però si rigenera rapidamente, come ripetendo la storia del supplizio di Tantalo. I tre umani erano così abituati ad essere sicuri di sé, che ora quel "se" se lo ritrovano addosso senza poterci fare niente, come una maledizione. 
 
Sono Atosse, Portosse e Aramisse
 
Anche da questa parte del fiume c'è un ufficio: "Deposito Consonanti e Vocali", ma anche questo è sempre chiuso e a nulla vale bussare. Sulla riva di fronte, fra la moltitudine degli storpi urlanti, passa una bella bambina per mano alla sua mamma e, stupita da tanto baccano, chiede:

 

"Mamma, cara mamma, che cosa è tutto questo fragore che si ode intorno?"
 
 " 'un è nulla, bella mi' bimba, son quelle caate delle parole che rivoglin le lettere che ni s'enno levate, ’un è mia nulla, 'ndiamo, moviti, che ci s'a d'andà a Viareggio!"

 "Mamma, cara mamma, hanno ragione! Siete voi grandi la cagione di tutto ciò. Dovete regolarvi nel parlare. Per esempio tu, cara mamma, nel tuo discorso di poc'anzi, hai mangiato due "c", ma credo che non te ne sia neanche accorta e cosi hai creato altri due mostri!"

"O bimba, lo dici te! 'un sono mia ghiozza, 'un son mia di Nodia. Lo so, dovevo dire - 'ndiamo ci s'a d'andà a Vicareggio – vero nini?"
 
"MAMMAAA!!"
 
"Va be', ma 'un mi rompe più quelli che 'un ciò, o stitia; ora telo ridio ammodino ammodino: e ci si deve sbrigà, ‘io zucchino, ci s'a d'anda a VICAREGGICO, lo voi capì, sì o no, 'io 'ntremotato, o  dura?!"

 
Poi è andata via la luce e quando è tornata tutto era come prima: niente napoletani, né fiorentini, né gobbi, né storpi. Le pecore pascolavano, le chiocciole rallentavano e due vecchietti parlottavano piano piano:

"Ber mi' mondo, ora tutti in atumobile e prima solo 'n biciretta!"
"Uh!"

"Ber mi' mangià, ora vai alla 'oppe e trovi dugni 'osa, prima dovevi agganghì per avé un piatto di 'nzuppa!"  
"Uh!"
 
"Ber mi vestì, ora c’è er prettappotté, prima rigiravi e panni come fussero trottole!"  
"Uh!" ’ 
 
"Ma, 'io zinghero, dici sempre - uh -, te, ma te, 'un ti riordì  nulla, te?" 
"Bella mi' topa!"  

 
 

 
 

    
Fonte: prefazione del libro "Dai monti al lago" di U. Micheletti (stampato in proprio)
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