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Plastica in mare: in 60 anni aumento triplicato

13/5/2019 - 8:32

Plastica in mare: in 60 anni aumento triplicato
 
 La produzione di plastica è aumentata esponenzialmente da quando se ne è diffuso l'uso, dagli anni '50 del secolo scorso ad oggi.
  E' questa la conclusione di una ricerca condotta nel Nord Atlantico da alcuni scienziati del Regno Unito, i cui risultati sono stati resi pubblicati nel mese scorso sulla rivista Nature Communications.
  Questa utilizzazione pluridecennale, estesa ad ogni settore produttivo, se da un lato ha comportato funzioni vantaggiose sotto molteplici aspetti, ora desta preoccupazioni sempre più crescenti, da quando ci si è resi conto del suo impatto sull'ambiente, sia terrestre che marino, dove ormai le materie plastiche sono diventate una presenza allarmante, oltre che ingombrante, fonte di prove evidenti della sua nocività per gli organismi animali e la salute umana.

 Nonostante l'emergenza plastica sia oggetto di campagne di studio e di una affannosa ricerca per contenerla, non si contano molte registrazioni di eventi legati alla reale portata di questo problema in relazione a periodi lunghi, dell'ordine – diciamo - di oltre 40 anni.
  E' solo da una ventina d' anni, infatti, che si sta provvedendo ad una serie di controlli, estesi su un arco temporale di ben 60 anni (dal 1957 al 2016) e riguardanti un'area di 6,5 milioni di miglia nautiche, sulle quantità di residui plastici rimasti impigliati dalle imbarcazioni o raccolti da campionatori marini.
  La pericolosità della plastica è difatti strettamente connessa sia alla larga diffusione dei mezzi e dei campi in cui viene impiegata, sia dalle difficoltà legate alla sua degradazione e al suo smaltimento.
  E' divenuto un vero e proprio disastro ambientale l'impatto diretto dei detriti plastici sulla salute della fauna marina, che ne subisce i danni a seguito di ingestione, tossicità o contaminazione da contatto, con conseguenze spesso nefaste; non ultimo, l'impatto negativo sull'economia dei Paesi rivieraschi che fanno dell'attività ittica una delle principali risorse.
  “I risultati del nostro studio sono i primi a confermare il previsto aumento significativo della plastica in mare aperto dagli anni '90 in poi”, asserisce Clare Ostle, biogeochimico della Marine Biological Association di Plymouth, Regno Unito.
  Ovviamente, con l'aumento della popolazione globale e l'uso indiscriminato delle materie plastiche, sono da mettere in conto anche le ricadute negative sulla salute umana.
  I dati  pervenuti dai registratori del plancton - gli RCP, rimorchiati dalle navi per migliaia di miglia attraverso l'Atlantico - mostrano che gli oggetti di plastica rimasti impigliati nelle reti
sono triplicati in 60 anni.
  Cosa sono gli RCP, si chiederà qualcuno.
  Acronimo di 'Continuos Plankton Recorder', si tratta di vecchi ma affidabili dispositivi, in uso fino dagli anni Trenta, con cui viene esaminata la quantità di plancton che rimane nelle reti trascinate a rimorchio dai natanti. Gli equipaggi impiegati sono tenuti a registrare le quantità di materiale trascinato, ottenendo così una prima sommaria visione del quantitativo di oggetti di plastica incontrati e raccolti.
  E' stata questa, la prima osservazione fatta da Ostle che, con il suo team di studiosi, ha constatato che la quantità degli oggetti di plastica di dimensioni più grandi (macroplastica)  è andata via via crescendo, dagli anni '50 in poi, fino a raggiungere il picco nel 2000, quando si è raggiunta una quantità tripla rispetto ai decenni precedenti di residui rimasti impigliati nelle reti di trascinamento.
  Questo risultato è allarmante, considerando che questi dati riguardano essenzialmente le macroplastiche, mentre gli oggetti di dimensioni inferiori ai 5 millimetri non sono stati inclusi in questa raccolta, anche se sono questi i nemici più temibili.
  Infatti, sotto l'azione dei raggi ultravioletti, dei venti, delle onde e della temperatura delle acque, le plastiche più grandi si deteriorano e si frammentano ulteriormente in pezzetti di pochissimi  millimetri, aumentando ancora di più i rischi legati alla loro presenza.
  Faune come gabbiani, squali e balene ne ingeriscono in quantità drammatiche e, stando agli studi dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), il 15-20 per cento di queste specie finiscono sulle nostre tavole. Tale percentuale, per i ricercatori dell'Università Nazionale d'Irlanda, a Galway, salirebbe addirittura oltre il 70 per cento per il pescato del Nord Atlantico, dove la pesca è un'attività largamente diffusa.
  Secondo Ostle, ulteriori indagini si rendono necessarie per esaminare le connessioni tra i diversi tipi di materiali da pesca impiegati, le differenti tecniche usate e la quantità di plastica trovata in mare.   
  Come ultimo passo, sarebbe essenziale riuscire a definire meglio i percorsi marini dei rifiuti plastici e i luoghi in cui si hanno i principali accumuli.
 
 
                                                                                                
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fonte: Leonardo Debbia
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15/5/2019 - 10:42

AUTORE:
Gigetto

Carissimi siete uno spettacolo prezioso e replicabile che, per fortuna, si sta propagando quasi come un'abitudine e quasi per campanilismo anche tra le frazioni del nostro Comune.
Se la plastica fosse remunerativa o commestibile in giro non se ne vedrebbe neppure un frammento invece...eccessivamente voluminosa leggerissima invadentissima perché usatissima e "disprezzata"...un mix micidiale pessimo da vedere e purtroppo pericolosamente inquinante!
Dobbiamo assolutamente trovare il modo di riciclarne di più per poterla sostituire ad altri materiali...quindi ci può salvare soltanto la ricerca e la buona politica!