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Qui si parla un po’ della app "Immuni". Scaricarla o non scaricarla? Questo è il problema. Comunque il mio amico Massimo, che è saggio e previdente, l’ha scaricata. Qui ci si diverte anche un po’ con Face App. Senza problemi.

Buona estate!

. . . . . . . . . . . . . . . non capisco i virologi .....
Per i cinguettii mi riferivo semplicemente ai tweet .....
Egr. Nicche sei passato dall'onestà intellettuale .....
Siamo perfettamente d'accordo che il governo deve "tagliare .....
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  • Emergenza del Covid-19

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Dai monti al mare
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BRUNO FIORI, PRESIDENTE PISA OVEST
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nato
in un tempo senza tempo
spoglio
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apre gli occhi
guardando curioso
quel volto
e quel fuoco

fa freddo
ma la luce che .....
Segnalo il degrado/ pericolo del campanile della chiesa di Migliarino Pisano. Andrebbe, perlomeno, messo in sicurezza.
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Luna. Cinquant’anni di emozioni

13/7/2019 - 12:40

Luna. Cinquant’anni di emozioni

Il 16 luglio 1969 il lancio dell’Apollo 11, una delle più grandi imprese di esplorazione spaziale mai avvenute. Mezzo secolo tra storie, ricordi e promesse di ritorni


È una calda serata romana con pochi turisti. La foto pubblicitaria che giganteggia luminosa nella vetrina di una gioielleria di lusso di via dei Condotti, rilancia lo sguardo febbrile del secondo uomo sulla Luna, Buzz Aldrin. Lo stesso sguardo che doveva avere in un’altra estate di cinquant’anni prima, nell’ultima conferenza stampa pre-lancio a Cape Kennedy. L’unico sguardo che aveva colpito Oriana Fallaci, memorabile inviata dell’impresa del primo volo umano sulla Luna: “allucinato, sembrava di ghiaccio, immobile […]

C’era soltanto una cosa che lo umanizzava: aveva due occhi febbricitanti, non erano gli occhi di un essere indifferente, pareva quasi che avesse preso una droga”.
Aldrin rappresentava una piccola crepa nella standardizzazione dell’equipaggio che avrebbe compiuto la promessa di JFK agli americani: portare un uomo sulla Luna e riportarlo sano e salvo a casa. Il tipo che smentiva, almeno in parte, il sarcasmo dei tecnici di Houston, i sussurri che avevano ribattezzato il volo dell’Apollo 11 “unmanned”, senza equipaggio, tanto algido appariva il trio che di lì a poco avrebbe fatto la storia.
E d’altra parte come avrebbe potuto essere diversamente? Come avventurarsi in un’impresa ai limiti del possibile, senza possedere, oltre alla preparazione scientifica e tecnica, una freddezza, una determinazione fuori dal comune, senza essere uomini “law and order”, perfettamente organici al sistema?
Armstrong, Aldrin e Collins erano l’espressione dell’America uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale. I primi due,volontari della guerra in Corea, due combattenti. Fallaci definirà “umiliante” che i primi rappresentanti del genere umano su un corpo celeste diverso dalla Terra siano stati due soldati che avevano gettato quintali di bombe sui villaggi coreani.
Fatto sta che quella spedizione fu perfetta: l’allunaggio del modulo LEM, le passeggiate di Armstrong e Aldrin, la raccolta di 22 kg di campioni di roccia e polveri lunari, la riaccensione e il decollo del LEM dalla crosta lunare, il rendez vous tra quest’ultimo e la capsula madre per il rientro a casa.
E non avrebbe potuto essere meno di così: la posta in gioco era enorme. In pieno clima da guerra fredda, l’URSS aveva sistematicamente sopravanzato gli USA nelle tappe cruciali della corsa allo spazio, fin dal lancio dello Sputnik nell’ottobre 1957.
L’atmosfera competitiva non si attenuò neanche in quei giorni del luglio 1969: in volo verso il nostro satellite c’era la navetta sovietica Luna 15, e nessuno a Houston avrebbe giurato sull’assenza di cosmonauti a bordo. Per la cronaca, la capsula sovietica si schiantò sulla superficie lunare nel tentativo di allunare, a qualche centinaio di chilometri dal punto di approdo del LEM.
I “robot” umani dell’Apollo 11 portarono a termine trionfalmente la propria missione. Aldrin e Armstrong si umanizzarono quando il mondo li trasformò in eroi: il primo attraverso una dolorosa crisi personale, tra depressione e alcool, con due ricoveri in cliniche psichiatriche; il secondo rivelando un’anima sentimentale sepolta in una valigetta, sconosciuta anche alla moglie e trovata in casa nel 2015 dopo la sua morte; conteneva poche memorabilia del volo del 1969, insignificanti per noi, ma non certo per Armstrong: un morsetto, un pezzo di cavo elettrico, il tappo di un recipiente per i rifiuti, gelosamente custoditi come personalissimi segreti.
I tre dell’Apollo 11 divennero eroi anche per aver affrontato l’esposizione all’eventuale contagio di batteri extraterrestri. Una faccenda giustamente considerata assai seria all’epoca, oggetto di un accanito dibattito sull’efficacia delle contromisure prese per la quarantena degli astronauti e per la conservazione e il trattamento dei campioni lunari.
Una paura del contagio figlia, per certi versi, delle paure di apocalisse atomica degli anni Cinquanta, entrate nell’immaginario collettivo e popolanti la cultura pop anche attraverso memorabili graphic novel, come L’eternauta di Héctor Oesterheld e Francisco Solano Lopez. Paure dissolte a cinquant’anni di distanza, tanto che oggi, visitando il Lunar Vault del Johnson Space Centre di Houston, si può toccare un frammento lunare di 3,8 miliardi di anni, riportato nel 1972 dall’Apollo 17, l’ultima missione umana sulla Luna.
Quella del contagio sarebbe stata una bella storia per i costruttori di fake news sul programma Apollo, altro che “non siamo mai andati sulla Luna”. E però una vera fake news c’è stata nel lungo cinquantennio che ci divide da quel luglio del 1969: la bufala che si sia trattato di una storia tutta al maschile.
Ci sono voluti 50 anni per riconoscere che a quell’impresa hanno contribuito anche le donne della Nasa. La storia misconosciuta delle “female computers” afroamericane che calcolavano a mano traiettorie di volo, angoli di lancio, punti di rientro delle capsule è stata raccontata di recente nel libro e poi nel film Hidden Figures (nella versione italiana, Il diritto di contare).
Fu proprio una di loro, Katherine Johnson, l’artefice dei calcoli per il rendez vous tra la capsula madre e il LEM nelle fasi di rientro dell’Apollo 11. Così come, nella control room del Kennedy Space Center, il giorno del lancio c’era anche una donna, l’unica, Jo Ann Morgan, con il compito -tra gli altri- di evitare interferenze sovietiche nei canali di comunicazione tra la sala controllo e la capsula in volo.
Chissà quanti dei 500 milioni di persone incollate alle interminabili dirette televisive ne notarono la presenza. Di certo chi era davanti alla TV ricorda esattamente l’emozione di quell’esplorazione senza precedenti.
C’è da chiedersi se abbiamo perso quella capacità di stupirci. Forse no. La frotta di gente che comparve all’improvviso tra le strade di Cape Kennedy, accampata in tende e roulotte, vale la folla che oggi commenta sui social la prima foto dell’orizzonte degli eventi di un buco nero.
Così come l’ispirazione creativa che regalò all’umanità Space Oddity di David Bowie o la rivoluzione creativa di Bitches Brew di Miles Davis (registrato in tre giorni a un mese esatto dall’allunaggio) vale l’entusiasmo del miliardario giapponese Yusaku Maezawa, che ha acquistato per sé e per un gruppo di artisti suoi amici il passaggio sulla navetta Crew Dragon, che Elon Musk sta iniziando a testare per il ritorno alla Luna.
Piuttosto è un’altra la distanza tra il sentimento che accompagnò il programma Apollo e quello che circonda gli altalenanti annunci di ripresa dell’esplorazione umana planetaria. Oggi che la prospettiva di raggiungere Marte è un po’ più di “uno scintillio nei nostri occhi” -come disse cinquant’anni fa un dirigente della Nasa, un evento del genere non avrà più il potere di ricomporre, almeno momentaneamente, il tessuto sociale di un Paese, come fece l’Apollo 11.
I neri guidati dal successore di Martin Luther King, Ralph Abernathy, giunsero minacciosi fino ai cancelli dell’area di lancio, ma furono convinti a unirsi a quanti erano in trepidante attesa, in nome dell’orgoglio nazionale.
Ma oggi, anche se Trump twitta di bandiere americane sventolanti su Marte in un prossimo futuro, quando l’obiettivo sarà raggiunto, sarà stato il risultato di uno sforzo collettivo sovranazionale, con i privati di Space X e Blue Origin in testa e con la collaborazione delle agenzie spaziali internazionali (forse Cina esclusa).
Sarà così anche per gli incerti progetti della Nasa,volti a fare della Luna l’avamposto terrestre della missione su Marte: il programma Artemis (la gemella di Apollo) non è ancora finanziato dal Congresso per il 2020, ma Trump vuole astronauti americani sulla Luna nel 2024. Come fare, se lanciatore, capsula madre, lander sono ancora in alto mare? Per non parlare del Gateway, la stazione di ancoraggio orbitante intorno alla Luna, conveniente dal punto di vista energetico per lanciarsi su Marte, ma poco più che un progetto sulla carta.
Cinquant’anni fa l’America di JFK aveva una visione. Quello che manca oggi all’America di Trump.
 

Fonte: Lucia Orlando
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