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Gioia e picconate, abbracci e idranti, sbarre che si alzano e fiumane di vessati che sfociano nella libertà, l'euforico stordimento prodotto dall'onda d'urto del treno della Storia quando passa sferragliando e fischiando così sonoramente da rendere impossibile non accorgersene: la notte della caduta del Muro di Berlino, 30 anni fa, fu tutto questo e definirla 'storica' è quasi riduttivo. Era il 9 novembre del 1989. ..

Circolo ARCI Migliarino
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Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.
È .....
"Così a Dio piacque,
l'uovo da cielo cadde
e la gallina nacque!"
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Il Bosco del Mito.

25/9/2019 - 9:38

 

"Vieni c'è una strada nel bosco..."

Questo è il testo che Francesca Centurione Scotto Boscheri  ha messo per apertura della mostra “Il Bosco del Mito”.

“Così si debbono, in generale, leggere i libri di poesia. Sul limite del bosco, un brano nell’interno e poi di nuovo alla luce del sole. Allora ogni cosa serba il suo significato: il fresco, l’aroma, lo splendore”.
(Rainer Maria Rilke. Diario Fiorentino)

 Se penso a un bosco, non penso a questo di Migliarino. Che in realtà e un antibosco, un bosco disegnato a tavolino, con cardi e decumani che si intersecano come fosse Torino. Questo è un bosco industriale. Un bosco dove gli alberi sono stati piantati ad uno ad uno, per produrre cibo. Pinoli. Un bosco dove non ci si può perdere. Un bosco geometrico. Un castrum vegetale. Un giardino dei semplici di pigne. Un bosco che se lo guardi dal di fuori sembra impenetrabile. Ma se ci entri, ti si appiana, ti si rivela più esatto della scienza dell’agrimensore, di un’esattezza svizzera, d’orologio. Quella dell’uomo che l’ha disegnato. Giorgio Keller. E dell’industriale illuminato che l’ha pensato: Scipione Salviati.
Se penso a un bosco, penso a un bosco della mia memoria. Perché ognuno ha un suo bosco. Che a ben guardare, a volersi addentrare, non è neppure quello un bosco. È sempre un non-bosco. È un intreccio, di paglie secche, sterpi, corbezzoli, dove sono con mio nonno, nell’ora panica, la luce talmente forte che gli occhi ne restano bianchi, le vesti incollate, immobili, aspettando il frullo d’ali, come in un rito sacrificale.
Non si può dire che le Manie, i luoghi che furono di Sbarbaro, dove trovai la sua casa immersa nella santolina dei Fuochi Fatui — come la bella addormentata —, quei luoghi che furono anche miei, della mia infanzia, siano boschi. Sono schiene brulle, con una boscaglia di querce e pruni, divani lisi, incendiati, dove non ci si perde nell’intrico, ma nella brullità.[…]

[…] Il bosco è lostfield — luogo dimenticato — fulcro dell’utopia, straordinaria caleidoscopio del tutto accade, dove la ratio fa un passo indietro, e da A non segue B, ma seguono infiniti B. Un luogo utopico, della nonscelta, della perdita di sé stessi e dell’improvviso recupero; il teatrino di legno dei bambini di una volta, dove proiettare i sogni, gli incubi, le storie, le agnizioni, le paure, gli allontanamenti, i recuperi, gli abbracci sensuali, panici, le trasformazioni, gli eremitaggi.
Il bosco è il non luogo per eccellenza. L’utopia per eccellenza. Il caos per eccellenza. Nella sua accezione migliore. Cosmogonica. Demiurgica. Deve si può attingere, perché niente è già stato scelto, è precostituito e tutte le possibilità sono, appunto, possibili.
È il luogo della sorpresa […]

[…] Un bosco che scoppiava di sensi.
Penso a Pan, penso agli amori lascivi di Giove, alle ninfe che corrono verso incredibili trasformazioni arboree, a Dafne, a Siringa, a tutta la sensualità dei “rorida mella" delle querce virgiliane e delle baccanti.
Ma penso anche, ai boschi segreti, armideschi, dove la natura è sempre più artifizio, e cattura, come una rete. Al bosco inganno. Al bosco di Nastagio, con veltri sguinzagliati nella caccia umana. Al bosco quinta scenografica mobile, shakespeariana, che illude e tradisce, che ama e consola. Ai boschi dell’Aminta che si imbellettano e permangono gli stessi, giù negli intrichi letterari, Fino ai boschetti mozartiani — là ci darem la mano.
Poi ci sono i boschi eletti dal Romanticismo, bagnati dalla luna. Ma questi boschi nibelungici, popolati di streghe e altre creature magiche, o con orridi e crepacci inospitali, mi appartengono meno.
Io sono il bosco montaliano. Quello immobile per la calura, tutto impegnato ad ospitare qualche disturbata divinità. Il bosco dove il miracolo si può manifestare e il velo di Maya, chissà, sollevarsi per una brezza improvvisa. Lo stesso bosco di pini dannunziano, eppure così diverso. Nella pineta di Migliarino il Vate si indìa, alla ricerca di una posa antica, pagana. Preferisco di gran lunga il mio Poeta ligure chiuso nel suo nestorianesimo, che attende…
E poi penso ai boschi delle favole di bambina, alla quercia dalla quale oscilla Pinocchio, ai boschi di Pollicino, e a quella canzoncina, forse degli anni Quaranta, che cullava le mie notti:
vieni c’é una strada nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu? […]
 
[…] Troppa linfa verde ci percorre. Potrei continuare all’infinito. Una necessaria sintesi si impone.
Ed è questa. Gli alberi sono un fatto culturale. E poi naturale. Piantare un albero è un’azione culturale. È una scelta precisa. Una scelta che ritorna sotto forma di letteratura e di pittura. Noi siamo gli alberi della nostra terra. Noi siamo gli alberi che piantiamo.
Penso a Nelson, alla sua vittoria a Trafalgar. Se gli inglesi non avessero piantato 50 milioni di querce, il secolo precedente, Nelson non sarebbe stato ammiraglio.
E penso a Scipione Salviati che — come l’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono — ha seminato questa pineta. 2356 ettari di pinus pinea. Il pino da pinolo.
Le persone che occhieggiano da sbiadite fotografie seppiate non si sarebbero arrampicate lassù a scuotere le cime più alte per far cadere le pigne. Forse un intero paese non sarebbe esistito. E comunque un intero paese è vissuto in quel bosco.
Da tutto questo nasce l’idea della mostra Il bosco del mito. Dalla necessità di riportare il bosco al centro dell’attenzione culturale. E di creare a Migliarino "culturismi", energie culturali, mezzadrie culturali, nel rispetto della tradizione, recuperando un’intera storia, un’intera umanità.
Questo il primo passo. La riappropriazione mentale di un lostfield — da dedicare a bambini e artisti — (ma c’è poi differenza tra loro?).

Bambini e artisti. I migliori abitatori e cantori del bosco.
Perché un bosco non è mai quello che vediamo.
E tutto ciò che abbiamo dentro, da sempre.
Un nostro, inesauribile, ritratto secolare.

 

Ecco perché Francesca aveva riso nel sapere che anch’io avevo usato quella speciale canzone!
Scusa Francesca se ho usato il nome della tua mostra, ma

il Bosco è un mito per tutti!

Fonte: L’immagine di apertura è un’opera del maestro Alessandro Tofanelli: Fiumaccio, 2004. A seguire una mia foto: Fiumaccio,
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28/9/2019 - 12:58

AUTORE:
Fuco.

Ah, quanto mi piacerebbe saper scrivere un testo come questo. Uno scritto che svolazza da Sbarbaro a Montale, da abbracci penici a cosmogonie, da Dafne a Siringa, da Jean Giono a Nastasio.
Ma io, povero fuco ignorante non so cogliere neanche un'emozione, neanche una goccia di nettare da questo florilegio di citazioni e resto prigioniero della mia fatale funzione, sì di generatore di api operaie, ma senza il beneficio di poter vivere accanto a una regina che mi trasmetta la sua superba sapienza.

26/9/2019 - 9:24

AUTORE:
u.m.

Mi chiedevo: Ma nessuno commenta questa festa?
Poi è arrivato questo "pensiero", questa perla di bravura e gentilezza che mi solleva dai tristi pensieri.
Grazie a te, grande amico.

25/9/2019 - 23:37

AUTORE:
Nativo Baldinacca

Grazie ed ancora grazie per aver rivissuto anche per pochi minuti ma con forte emozione quei magici momenti leggendo quel che sapevo a memoria ma che era rimasto nell'angolo preferito delle memorie belle.
Il Bosco del Mito non fu uno scherzo ma un regalo fattoci da un genere umano eletto a bellezza totale.