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In questo periodo di grande confusione una guida medica per chi è malato o pensa di esserlo perché ha avuto, o pensa di aver avuto, un contatto con un positivo al Covid. Un contributo della Voce per fare chiarezza.
 

. . . t' accontento. Una cosa giusta l'hai detta : .....
Un vecchianese; un pole di la sua ricalcando un pensiero .....
Ma pensa te. . Gigi di teglia che si permette di criticare .....
È l’aprile di quest’anno.
Sono giorni roventi, .....
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Accade a volte
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cosparsi nel vento
folle divenni,
senz'altro .....
Con grande dispiacere e soltanto casualmente in questi giorni sono venuta a conoscenza della morte del Dottor Assanta. Ritengo sia stato un esempio di .....
di Elena Bonetti, ministro
Perché è nato il Family Act

12/6/2020 - 22:05


Voluto dalla Ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, Elena Bonetti, il provvedimento è stato approvato in Consiglio dei Ministri l'11 giugno 2020. Perché è nato il Family ActIl Family Act (disegno di legge recante «Deleghe al governo per l’adozione dell’assegno universale e l’introduzione di misure a sostegno della famiglia»), è un disegno organico di costruzione di misure pensate per le famiglie con figli.

 

Nasce con l’obiettivo di mettere i bambini al centro delle politiche familiari, nella consapevolezza che i figli sono un valore per la loro famiglia e per la società, che li accoglie e che condivide con i genitori il compito di accudirli e educarli. Occorre riconoscere un ruolo di corresponsabilità alla società e alle istituzioni sin da subito, nell’educazione, nell’istruzione e in genere nella formazione dell’individuo.

Le premesse

La denatalità e la crisi demografica.

L’Italia è afflitta ormai da diversi anni da una forte crisi demografica. In termini di fecondità, con 1,29 figli per donna il nostro paese si attesta ben al di sotto della media dell’Unione Europea (UE) di 1,59. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta il tasso di fecondità totale è sceso al di sotto del livello di sostituzione di 2,1 figli e da almeno trent’anni presenta valori tra i più bassi del continente.

Secondo i dati Istat, le nascite in Italia continuano a diminuire incessantemente dal 2008: una tendenza negativa che non evidenzia segnali di inversione. Inoltre, gli scenari sugli effetti demografici di Covid-19 sulla natalità, disegnati in prima battuta e resi pubblici dall’Istat nel mese di maggio, risultano preoccupanti.

Questo declino demografico ha ricadute importanti a livello sociale, economico e territoriale.

La denatalità rappresenta un problema che ha assunto dimensioni tali da richiedere in tempi rapidi una risposta da parte del governo: è necessario mettere in campo politiche attive di lungo respiro, pluriennali, che affrontino in modo completo la questione analizzando tutti gli aspetti che hanno contribuito a generare tale fenomeno, così come è stato fatto in altri contesti europei. Il problema è sicuramente anche culturale: la famiglia deve essere accompagnata da una serie di misure che in qualche modo l’aiutino a fronteggiare le situazioni di difficoltà che si possono incontrare nella quotidianità, favorendo la conciliazione famiglia-lavoro.

Le coppie giovani risentono maggiormente delle difficoltà presenti. Con la nascita di un figlio inevitabilmente ci si trova ad avere nuove ed importanti responsabilità e le strutture sul territorio possono non essere sufficienti o addirittura avere costi che le rendono poco accessibili.

Per queste ragioni gli interventi del governo devono essere diretti a supportare la natalità con un sostegno economico continuativo a tutte le famiglie, non riservato a primi anni di vita, bensì protratto fino a quando il giovane avrà acquisito l’indipendenza economica dalla famiglia d’origine. Non si tratta di misure di contrasto alla povertà, dirette alle categorie meno abbienti, bensì di aiuti indispensabili per tutte le famiglie con figli, a prescindere dall’occupazione dei genitori.

A tal fine, non deve rilevare che si tratti di dipendenti pubblici o lavoratori autonomi, tanto più che, ad oggi, risulta che le lavoratrici autonome prive di qualsiasi tutela di maternità sono le prime ad abbandonare il mondo del lavoro alla nascita di un figlio.

Il ruolo del terzo settore.In tale contesto, un ruolo importante può essere svolto non solo dallo Stato ma anche da tutte quelle strutture che appartengono al terzo settore e che insieme alle istituzioni potrebbero intervenire e supportare i genitori in una fase così delicata. La rete sociale si deve attivare per entrare in una dimensione di collegialità. Essere impegnati in un’attività lavorativa e allo stesso tempo doversi occupare di figli piccoli o familiari non autosufficienti comporta una modulazione dei tempi da dedicare al avoro e alla famiglia che può riflettersi sulla partecipazione dei cittadini al mercato del lavoro, soprattutto delle donne. Il divario occupazionale di genere aumenta notevolmente dopo la nascita dei figli.

Le madri tendono ad essere meno presenti sul mercato del lavoro rispetto alle donne senza figli, indipendentemente dal livello di istruzione e in tutti i tipi di famiglie, ma il divario si accentua nel caso delle lavoratrici poco qualificate e per le donne sole.

La conciliazione lavoro-famiglia.

Il governo, quindi, ha il dovere di sostenere la madre lavoratrice con politiche che armonizzino i tempi della vita familiare e di quella lavorativa, che vadano dai servizi di sostegno all’assistenza all’infanzia e alla cura delle persone malate o disabili ai congedi e alle misure di organizzazione flessibile del lavoro, affinché sia incentivato il rientro al lavoro delle donne dopo la maternità. E’ necessario innanzitutto incentivare un cambiamento nella divisione delle responsabilità di cura, anche attraverso strumenti come i congedi parentali, che devono mirare a introdurre maggiore uguaglianza di genere nella famiglia, a migliorare le relazioni affettive dei padri con i figli, a far sì che i ruoli familiari non siano più subordinati l’uno all’altro, bensì siano complementari.

La bassa partecipazione delle donne, ed in particolare delle madri, al mercato del lavoro ha, inoltre, delle gravi conseguenze anche sul piano pensionistico. Questa condizione non consente di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali utili all’accesso alla pensione di vecchiaia.

I dati Inps sui percettori di pensioni in Italia mostrano chiaramente che, nonostante le donne beneficiarie di prestazioni pensionistiche siano 8,4 milioni (862 mila in più degli uomini), solo il 36,5% beneficia della pensione di vecchiaia - frutto della propria storia contributiva - contro il 64,2% degli uomini. Inoltre, le donne, quando arrivano a percepire la sola pensione di vecchiaia, si vedono riconosciuto un assegno mensile inferiore di un terzo rispetto a quello degli uomini.

 

Ciò premesso, è essenziale tuttavia che l’aiuto economico sia accompagnato, in modo integrato e complementare, da servizi adeguati che sollevino in parte la madre, dipendente o autonoma, dagli oneri connessi con la cura dei figli e al contempo, le consentano di realizzarsi professionalmente. È compito dello Stato intervenire prevedendo servizi che possano aiutare i genitori, e le donne in particolare, ad affrontare la fase successiva alla nascita di una figlia o di un figlio, prescindendo dalla situazione economica della famiglia.

L’educazione.

A tal fine, nell’ambito degli interventi socio-educativi vanno prioritariamente valorizzati gli spazi scolastici inutilizzati, per renderli luoghi di aggregazione dei bambini da 0 a 3 anni. Questa è da considerarsi un’età critica per i genitori che lavorano, poiché i bambini in questa fase non hanno ancora acquisito l’autonomia e l’età per accedere alla scuola dell’infanzia.

Occorre pianificare l’offerta in relazione alle esigenze dei territori italiani, spesso molto diversi tra loro, rinforzando l’offerta dove la domanda è crescente e diversificandola dove invece la domanda è più debole e gli asili rischiano di restare vuoti.

È necessario dunque intervenire con una previsione flessibile e articolata, rispetto ai bisogni reali del territorio.

Allo stesso modo, bisogna sempre di più garantire parità delle condizioni di accesso ai servizi per l’infanzia anche nell’offerta privata, diversificando i servizi e rendendoli accessibili in termini di costi, puntando ad ottenere gradualmente la gratuità di alcuni servizi offerti.

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