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Il centenario del Partito comunista italiano rievocando quelle incredibili giornate dal 15 al 21 gennaio 2021 del Congresso socialista di Livorno, andando indietro nel tempo grazie soprattutto a un documentario restaurato dalla Cineteca di Bologna. L’articolo completo, con le fotografie d’epoca, sul sito "massimocec.it" da lunedì 24 gennaio.

Buonasera, per rispondere alla sua domanda, sul diverso .....
Basta governicchi! Non c'è possibilità di maggioranza .....
Si parla di aprire cantieri per generare ricchezza, .....
Ci vuole in primis Onestà&Competenza.
Mario Draghi .....
  • Circolo ARCI Migliarino

      Consegna mascherine

    Campagna per la consegna della mascherine fornite dalla Regione Toscana per tutti i cittadini di Migliarino.

    Il circolo ARCI aderisce alla iniziativa. Di seguito gli esercizi che hanno aderito dove si possono ritirare e gli orari addetti.

     

    CONSEGNA MASCHERINE PROROGATA FINO A LUNEDI 23 NOVEMBRE (SABATO E DOMENICA COMPRESI)


  • Emergenza del Covid-19

      Misericordie della Toscana


     Cari fratelli e sorelle, adesso più di prima siamo chiamati tutti ad un impegno e ad uno sforzo ulteriore per sostenere le nostre comunità, le persone fragili, i nostri anziani, le persone sole e chi viene purtropp colpito da covid-19...


. . . che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per .....
Fra uno ( leghista ? ), che parla di mercato delle vacche di Conte, come se il centrodestra non l' avesse mai fatto, ricordate Scilipoti e altri, e .....
di Renzo Moschini
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di Renzo Moschini
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di Renzo Moschini
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Da Viareggio con amore.
Volémisi bene.

17/6/2020 - 10:57


 
Antonio Morganti, viareggino purosangue, sessant’anni fa scrisse un libro in dialetto, “Tenìmisi strinti”, libro che si esaurì in soli tre mesi in tutte le librerie. Spinto dall’amore per la sua terra, non tanto dal successo, nel 1966 pubblicò il seguito, “Volémisi bene” (Fughe e variazioni del tempo straviareggino), con disegni originali di Lorenzo Viani.
Dal dialogo “La barchina tramutata” propongo la finale.
Inizia con la visita di una anziana signora ad una amica per farle un regalo: una barchina nella bottiglia, ricordo del marito scomparso, ma che “ora” dà noia alla “nora” che la considera un’anticaglia:


[...]

— Grazie, grazie tante, è anco troppo.
—Ma po’ guarda se è pogo bellina vesta barca vi! Me la regalé il mi' marito, insieme alle prime palanche che prese quando passò all’invàliti. Era tanto che lo vedevo traffia’; si rinchiudeva in fondo all'orto per 'un fàssene accorge’, e così arivò a fammi la sorpresa, che mi garbò più che se m’avesse regalato un braccialetto d'oro. E crédici pure perché te lo dio con tutto l' core. Che me ne saréi fatta io dell’ori? Vella lì era un oggetto fatto cò’ le su' mane; una ’osa che riordava a me e a lu' la nostra vita, guasi tutta passata: lu’ a bordo per el mondo a guadagnassi 'l pane a tutti, e io a Viareggio, co' nnostri figlioli, a penzallo sul bastimento. Mi riorda  quando al principio, da giovano, sbarcò per portammi all’altare; quando po’’ stétte ’n tèra un mese sano pur di vede’ nasce’ l' primo figliolo; quando di notte corevo a  casa dell’armatore per sape’ se èrino arivati ne' pporti; le buriane del Golfo Leone, i nnufragi, le pene patite assiéme, il bene che si semo volzuti, ma di vello antio che era bene vero che veniva fori spèce quando si doveva tribbola’ per  tira’ avanti; e cosi: lu', al timone de la barca col penziéro alla famiglia, e io vi al timone della ’asa col penziéro a lu', bene o male ci semo entrati in porto. I ffiglioli l'avemo allevati tutti ammodo, —- anche se òra, vello che ci sto io à un po' sdirazzato — per lòro si semo anco levati il pane da la bocca, pur d’un fanni manca’ mai ’l necessario. Da vecchietti, mi pareva d'esse’ ritornati di vent’anni quando si faceva all’amore, da tanto che dèrimo attaccati. Po’ il Signore me lo volze leva', e Lu' sa bene vel che fa! M’era
rimasta la barchina e me ne dévo priva’; ma che me ne privi è giusta; dev'esse’ lu' di là che me lo déve ave’ spirato: “ Levela di vella ’asa lì, ché 'un ci sta punto bene”.
— Ora però 'un piange’ più; guarda annanzi com’è bella; è fatta che pare un pennello ”
-- Mi spiegò che era uno scùnere, che si vede li sdralli de' ffròcchi, il quadro, l’armatura per la randa e per le vele di cappa. Ma più che altro ni garbava fammi vede' il marciapiede e ’l guardaspalle che va dalla varéa in fondo  al pennone, che quando andava fino lassù a riva, spèce col mare grosso, a ’un sapecci sta' c’era da periola’.
  —- Sai che famo?: la mettemo vìi in salotto montata su una mensolina come vella del mi’ marito. Sei ’ontenta?
  — Anco troppo.
  — O 'un ‘ano navicato tanto assiéme? Ora s'eno ritrovati. Le mettemo accosto tutt'e due, cosi loro ripossino piglia' 'l discorso di quando erino in mare.
 — Lo sapevo, ’un ave' paura, che la mettevo bene. Ci voleva una asa’ come la vostra, di Viareggini e di marinari, per intendele veste ’ose vi. E mi sento anco più sollevata. Vel che ò solferto da ’asa mia a qui, lo sa altro che ’l mi' core, vecchio e stracco come chi se lo porta riéto. Era scritto che dovevo sopporta’ anco vesta.
— Ma qualche altro riordo del tu' marito ce l’ai?
— Sivve! I llibretti di navicazione, e po' vest’altra barchettina vi, piccina piccina, che pare mezzo pistacchio sbucciato, e che la porto alla 'atenina al collo, inziéme co' una medaglina della Madonna de' Ssette Dolori, ché l'à sempre assistito il mi' marito, tant’è che c’è anco un quadro a Sant’Andréa che si vede un salvataggio d'una barca che c’era lu' e che la Madonna li salvò tutti quant’erino a bordo. Al collo po' ce la potrò porta’, no? Li 'un la vede né ’un ci raspa nimmo! Ora lassimi anda’, ché ’un sàno che son vienuta via e ’un abbino a sta' 'n penziéro per me.
— Mandatti via? Fussi matta! Te stasera ceni vi con me, e ’un di' di no perché me n’averébbi per male.
—- Ma come faccio?
— Te lo dio io come si fa: quando ritorna il mi' genero di Darsina, Io famo telefana’ a’ ttui di ’asa, e deppo cena venirà il tu' figliole a rilevatti. E dévi anco ordina’ la cena, ché sei la ’nvitata.
— Ci resto volentiéri; e già che sète così boni, lo sai che mi garberébbe mangia’?
-- Dimmele senza tanti ’omprimenti.
— Un bel pancotto co' ppumidori a pezzi; è tanto che ne pato voglia!
— ’Un tu volessi altro, che ci ò propio ’l pane posato apposta per facci le 'nzuppe. E per doppo?
— Le cipolline fresche col tonno; tanto, anco se doppo mi puzza ’l fiato, chi voi che mi baci?
—- Ti ci faccio affetta’ anco un popoino di musciame fino fino, che ne l’àno regalato al mi' genero de’ ssu’ amici marinari.
— Ma allora mi fate fa' propio Pasqua!
— Stasera è festa per tutti in casa mia; e ’ncignamo anco un fiasco di vino di vello d’uva. E guai a chi frigna!
— Ma sarà troppo disturbo? Mi sembri già sottosopra...
— Te ’un disturbi mai, mèttetelo bene ne la mente. E ’l tu' bacio — cipolla o no —-- dammelo te a me, ché noi si volémo bene davero ...
— Ora ti metti a piange’ anco te?... Allora abbracciamisi e tenìmisi strinte strinte…
 
Non mi vergogno, nemmeno un popoino, a dì che mi son venute le lacrime  all’occhi!



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