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Nei giorni 26-27-28 aprile verranno presentati manufatti in seta dipinta: Kimoni, stole e opere pittoriche tutte legate a temi pucciniani , alcune già esposte alla Fondazione Puccini Festival.Lo storico Caffè di Simo, un luogo  iconico nel cuore  di Lucca  in via Fillungo riapre, per tre mesi, dopo una decennale  chiusura, nel fine settimana per ospitare eventi, conferenze, incontri per il Centenario  di Puccini. 

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Pisa, 17 marzo
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Comune di Vecchiano
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. . . quello che si crede sempre il migliore, ora .....
. . . la merxa più la giri, più puzza e te lo stai .....
. . . camminerebbe meglio se prima di fare il tetto .....
Ad un grosso trattore acquistato magari con l'aiuto .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Colori u n altra rosa
Una altra primavera
Per ringraziarti amore
Compagna di una vita
Un fiore dal Cielo

Aspetto ogni sera
I l tuo ritorno a casa
Per .....
Oggi è venuto a mancare all’affetto di tutti coloro che lo conoscevano Renato Moncini, disegnatore della Nasa , pittore e artista per passione. .....
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Dai ponti al mare: I paesi sul Serchio.

12/9/2021 - 21:19

IL SERCHIO A METATO
 

Il fiume, quando abitavamo a Metato, era distante da casa cento o duecento metri; bastava andare sempre dritto, salire l'argine e si arrivava sulla riva dopo avere attraversato un campo di patate con un filare di susini "sangue di drago", così vicini all'acqua che molte volte restavano rinchiusi nel canneto e noi potevamo, d'estate, mangiarne i frutti maturi senza che il padrone ci vedesse e urlasse come faceva di solito ogni volta che un ragazzo entrava nei suoi campi.
Dal campo in golena si scendeva al fiume da una pedata che arrivava dolcemente all'acqua, strada usata da barrocci e carretti per poter lavare verdure, animali ed uomini ad eccezione di quella volta che uno con un asino andò troppo in avanti ed il contadino lavò sì il carretto, ma l'asino affogò.
Questa discesa veniva usata anche dalle donne che andavano a fare il bucato a giorni stabiliti.
Mia madre e le sue amiche della nostra strada si recavano al fiume a lavare panni e bambini; c'era quel giorno un chiamarsi da casa a casa, un viavai di carretti spinti a mano con sopra ceste di panni sporchi, saponi gialli e duri, saponette e sciampo e qualche bimbetto più sporco dei panni che approfittava del viaggio per farsi scarrozzare.
Era per le donne un piacevole momento, perché ritrovarsi tutte insieme era molto difficile in paese: le scappate alla bottega dovevano essere brevi perché l'acquisto di quel poco di generi alimentari necessari era fatto sempre all'ultimo momento, quando cucinavi il pranzo e ti accorgevi che mancavano la farina o il sale, quindi veloce il rientro a casa, mentre al fiume, con le sottane tirate a mezze gambe e tenute su da una cintola, o con due becchi legati dietro, c'era libero sfogo alle chiacchiere ed al pettegolezzo, come in un bel salotto all'aperto.
Per un paio di metri intorno al gruppetto delle lavandaie, l'acqua era bianca di sapone e le rovelline e le laschette, disturbate da quel colore e da quel sapore, venivano a galla boccheggianti un poco di ossigeno, ma senza allontanarsi di molto, eccitate da quel movimento di piedi che smuoveva dal fondo una manna di cibo.
Un giorno di bucato, mentre sciacquettavo intorno a mia madre che lavava, mi venne un raschìo alla gola e, senza problemi per quella volta di dovere stare attento a dove e come, feci un bel corposo sputo cercando di mandarlo il più lontano possibile nell'acqua. Quella macchiolina gialla rimase un attimo solo sul pelo dell'acqua; subito vi si fecero addosso decine di pescetti a contendersi quello che credevano fosse un nuovo tipo di verme. Io ridevo rimirando quella lotta, ma mia madre non la prese allegramente e mi diede una gran patta dicendomi:
"Schifoso te e quei pesci. Guai a te se me ne porti a casa!"
Finito il bucato dei panni, cominciava quello dei bambini ed allora era tragedia.
Nessuno di noi sopportava di essere lavato, prima di tutto le mamme strusciavano le spalle troppo forte, poi andava sempre il sapone negli occhi, poi c'era la pretesa di levarti le mutande per lavarti sotto di fronte a tutte quelle donne, mamme, ma donne.
Al fiume preferivamo andarci da soli, possibilmente di nascosto, a non far niente, con le canne da pesca piantate nella sabbia e le lenze escate con quei vermetti che si trovavano sul greto, scavando alle radici di quelle belle margherite gialle e altissime con le foglie pelose che infestavano le rive del Serchio. Vivevamo alla Tom Sawyer, scagliando sassi nell'acqua o cercando di farli arrivare sulla riva opposta, chiacchierando dei primi amori, di quella che si era fatta toccare e che aveva messo i primi peli, controllandoci i nostri e meravigliandoci, ognuno per se e nascostamente, che c'era sempre un altro che ce n’aveva più di te e vantando ognuno il proprio nocciolino alle puppe che faceva un male terribile a toccarlo, ma che qualcuno dei grandi aveva detto essere il "segno"; ma erano tutti discorsi!
Gli anni passavano, gli amici cambiavano, le discussioni si facevano sempre più complicate ed io dovetti addirittura cambiare casa, guarda caso in quel paese dirimpetto a dove stavamo allora, dall'altra parte del Serchio.
Ma la vita del fiume era sempre la stessa, stessa l'acqua limpida, stessi i pesci pescati sia pure con tecniche nuove, le stesse scappatelle nei canneti, ora però con qualche amica.

 

(segue)

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14/9/2021 - 11:18

AUTORE:
Lella

Una cosa che mi ha colpito e fatto riflettere è che in casa allora non c'erano generi alimentari di scorta, tutto era misurato anzi scarso, si consumava alla stessa ora pranzo e cena e nessuno si lamentava di non aver digerito!
Di pressione colesterolo e glicemia manco e parlarne, infatti le persone erano magre!! Le festività o la domenica erano gli unici giorni in cui potevamo sbizzarrirci un po' di più e dal dopoguerra venne di moda santificare la domenica con le paste assortite: che goduria!.
Il movimento e la fatica erano all'ordine del giorno senza bisogno di palestra e le mamme sapevano fare praticamente di tutto!!!
Io andavo al fiume per giocare, ma solo d'estate, e il bagno mamma me lo faceva dentro una tinozza, e che popò di lavoro comportava!
I panni li lavava in una grande pozza in cui zampillava una fonte collegata a una gora alimentata dal fiume...ingegneria casereccia di babbo!!