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Fotografare la cupola del Duomo
di Ovidio Della Croce

28/11/2021 - 8:46

Nel mese di settembre mi capitò di visitare la Cattedrale di Santa Maria Assunta di Pisa e di poter vedere da vicino il dipinto della cupola dopo un restauro durato tre anni (dal 2015 al 2018, in tempo per celebrare i novecento anni dalla consacrazione del Duomo). Entrai dall’ingresso vicino alla torre, dalla porta di Bonanno, feci pochi passi verso il transetto San Ranieri, mi avvicinai allo splendido pavimento di marmi policromi e guardai su. Un vortice di figure e l’Assunta portata in cielo dagli angeli mi dettero il benvenuto. Un enorme dipinto a olio su muro (non ad affresco) di oltre trecentotrenta metri quadrati, a un’altezza media di oltre una quarantina di metri dal suolo. Un profumo di Caravaggio. Un’impresa immensa con cui Orazio Riminaldi, che la dipinse in tre anni (dal 1627 al 1630, anno in cui morì di peste bubbonica), si conquistò una certa fama.


Nel 1627 l’Operaio Curzio Ceuli, vero e proprio mecenate di Orazio Riminaldi in città, dava il via definitivo alla decorazione della cupola ellittica del Duomo, sopra la zona presbiteriale. Si può dire con una citazione erudita, che non mi compete. Il 23 aprile Riminaldi riceveva 1400 lire “a buon conto e per caparra della dipintura che deve fare nella Chiesa del Duomo di Pisa nella cupola acciò si possi fare li shudi [studi?] e li cartoni che hoccorreranno avanti metta mano” (La circolar parete. Orazio Riminaldi e la cupola del Duomo di Pisa, a cura di Gabriella Garzella, Società Storica Pisana, p. 139, Giugno 2019). Non è certamente il mio pittore preferito. Dunque, credetemi quando vi dico che questa pittura, tanto per usare un’espressione tecnica, è davvero una “figata pazzesca”. Il Riminaldi della cupola del Duomo è davvero un grande e Pisa grazie a “pittor sì valente sola par che vivesse i migliori anni” (Luigi Antonio Lanzi, Storia pittorica della Italia, 1795-1796). A parte Orazio e la figlia Artemisa Gentileschi, Riminaldi è considerato il miglior pittore pisano del Seicento.


Mentre, eccezionalmente, mi arrampicavo sulle piccole e ripide scale di marmo che portavano ai matronei con una pesante macchina fotografica mi preparavo a fare una serie di scatti senza però un progetto preciso. Pensavo: vorrei essere uno storico dell’arte. Non è semplice. Lo vorrei essere per dire la sorpresa, anche per me che abito a un quarto d’ora da quel luogo, di una meraviglia che ho scoperto e che non pensavo si potesse aggiungere in uno spazio già meraviglioso. In questo breve articolo non voglio improvvisarmi critico d’arte, se mai vi accenno un po’ alla difficoltà di ritrarre l’Assunta pur essendo in una situazione privilegiata. E, se ne sono capace, provo a dire una cosa che ho imparato o che ho imparato meglio documentandomi su Riminaldi e la sua opera maggiore.


Lo spazio architettonico dipinto da Riminaldi si può vedere solo dal basso, è più facile fotografare dal basso con un buon teleobiettivo, anche se a una distanza di circa 45 metri. In quel pomeriggio di settembre ero invece più o meno a una dozzina di metri dall’affresco, una distanza giusta. Ma era difficile ritrarre, le colonne che intercettavo con l’obiettivo rendevano complicato cogliere il movimento circolare che Riminaldi ha dato al dipinto. Poi c’era una ringhiera di sicurezza e non potevo sporgermi troppo per non far suonare l’allarme. C’era anche il mio sbigottimento per essere così vicino a quell’affollamento di figure, volti, gesti e scene dei duecentoquaranta personaggi. Un’opportunità irripetibile. Pensai di fare una furbata. Mi sdraiai e inquadrai la cupola con la testa poggiata sul gradino dei matronei. La mia Canon digitale davanti a quella pellicola pittorica. Ecco dentro l’obiettivo l’Assunta. Clic. L’ho presa, sopra una nuvola, con tutti gli angioletti intorno e con quello che le tiene alzato il braccio destro. Provo a riprendere la spirale del dipinto intero. Un altro clic. Eccolo il vortice, è dentro la mia macchina o almeno mi illudo che ci sia. Poi un clic per San Ranieri con la sua barba scura mentre si rivolge a San Pietro con la sua barba bianca per raccomandargli la fortuna e la prosperità di Pisa. Un clic anche a San Torpé che mostra la bandiera pisana. E poi una serie di scatti a ruota libera inquadrando diversi particolari, senza alcuna pretesa di documentazione, per questo rimando alle fotografie di Irene Taddei, grazie all’iniziativa della Primaziale Pisana, alcune delle quali raccolte nel bel catalogo dedicato alla “circolar parete”.


A conclusione di questa straordinaria visita, mi incamminai verso la mostra, “Orazio Riminaldi Un maestro pisano tra Caravaggio e Gentileschi”, a cura di Pierluigi Carofano e Riccardo Lattuada, la prima a lui dedicata, purtroppo si è conclusa (non a caso) il 5 settembre, giorno in cui nacque nell’anno 1593, da padre di origine lucchese. L’esposizione di circa sessanta opere, tra cui i modelli preparatori della Cattedrale di Pisa, ricostruiva la figura del nostro pittore, da più di un critico definito “caravaggista temperato”. Mentre ero in fila chiusi gli occhi. Ero nel Palazzo dell’Opera del Duomo, ma mi pareva di stare dentro a niente. Tenevo gli occhi ancora chiusi, in quell’istante avvertii il vortice del dipinto che avevo visto e fotografato e mi sembrò di essere in grado di percepire il movimento di rotazione. È quello che succede nelle fotografie. E nella retina dei nostri occhi. Alziamo lo sguardo. Fissiamo una cupola, fermiamo il tempo. Poi, un attimo dopo, rientriamo nel corso del tempo fino a quando il nostro movimento non smette di vorticare. Riaprii gli occhi e ricordo di aver detto: è proprio fantastica la cupola dipinta del Duomo.


Con un pensiero così è sicuramente finita la mia carriera di storico dell’arte, che peraltro non è mai cominciata. Prima di concludere avevo promesso di dire una cosa che ho imparato meglio. È molto semplice. Studiando la vita di Riminaldi, mi ha colpito il periodo della sua formazione, lenta ma decisiva. Durante l’adolescenza il giovane Orazio va a bottega di Aurelio Gentileschi, prima ancora compì il suo apprendistato dal pittore Ranieri Borghetti e successivamente nella bottega di Aurelio Lomi. Il suo periodo di formazione durò dieci anni. Poi andò a Roma, si ipotizza che ci arrivò tra il 1615 e il 1619, tra i ventidue e i ventisei anni, e maturò la sua preparazione presso Orazio Gentileschi, a quel tempo artista alla ribalta grazie alla sua conversione alla pittura di Caravaggio, grande rifondatore della storia dell’arte. Anche Riminaldi allora si orientò verso l’arte di Caravaggio, ma in modo personale. Per formarsi Orazio spende molto tempo e denaro. Non per caso ebbe una carriera brillante e iniziò la sua opera più ardua e importante a soli trentaquattro anni (visse solo trentasette anni, i lavori di pittura della cupola furono finiti dal fratello Girolamo nel novembre 1632). Riminaldi impara a diventare artista e a conoscere il mondo. Dunque, Riminaldi investe molto nella sua formazione di artista. Così come Caravaggio, che convince la madre rimasta vedova a investire parte dell’eredità nella sua formazione, almeno tanto quanto il valore di una casa, poi firma un contratto con cui si impegna a stare, dai dodici ai sedici anni, presso il suo maestro Simone Peterzano, un pittore veneto che aveva la sua bottega a Milano. Personalmente ho imparato meglio che investire nella formazione è un punto strategico. Ciò che è difficile far capire a chi governa l’Italia. E questo, in realtà, mi sembra un pensiero palindromo, che va bene sempre o almeno da una trentina di anni, e purtroppo l’Italia, nella spesa per la formazione, resta sempre indietro a Germania e Francia: 57 miliardi del nostro Paese nel 2019, mentre la Germania ne ha spesi 100 e 89 la Francia, vedi l’articolo di Stefano Caselli sul Corriere della Sera di venerdì 26 novembre 2021 intitolato Quanto intendiamo puntare (e spendere) sulla scuola?”.
 
La galleria di foto è visibile a questo indirizzo:


L’Assunta nella Cattedrale – Massimocec

Fonte: Foto: ODC; L'Assunta nella cattedrale
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