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Se sul campo la guerra continua con le solite nefandezze sui nostri media nazionali appare sbiadita, superata da altri e più urgenti problemi, vecchi come il Covid e nuovi come la recente crisi politica. Oramai è un sottofondo e tranne per il pericolo Zaporizhzhia i nuovi morti e le nuove devastazioni attirano sempre meno l’attenzione dei media nazionali. Come i media anche la nostra psiche si adatta.

Angori Massimiliano
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Massimiliano Angori
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Ricordiamo che il 21 Luglio 2022 alle ore 20, 30 presso la Sala Consiliare del Comune di Vecchiano, sita .....
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Sotto il Padrone
Il Duca Salviati e le famiglie mezzadrili
di Franco Gabbani e Sandro Petri

5/12/2021 - 14:06

Proseguiamo il percorso annunciato nel presentare questa serie di articoli, arrivare a dare una immagine precisa e approfondita della realtà della vita delle comunità rurali dell'800 nel territorio di Vecchiano.
E così, dopo aver presentato la storia e l'albero genealogico della famiglia Salviati e in modo più completo la vita di Scipione Salviati, il Padrone nel senso più completo del termine, entriamo quello che è il cuore del lavoro di Franco Gabbani, la descrizione della vita sociale e il ruolo in ogni evento della famiglia dominante.
Credo che per tutti noi, così impegnati a rivendicare gli aspetti della libertà personale, sia un modo di comprendere a quali vincoli e poteri erano soggette le persone poco più di un secolo fa e quanta strada sia stata fatta.
La foto rappresenta una cartolina del 1905 con l'immagine di Vila Salviati, appartenente alla collezione privata di Umberto Micheletti.

Sandro Petri



SOTTO LO SGUARDO DEL PADRONE:
IL DUCA SALVIATI E LE FAMIGLIE MEZZADRILI
di Franco Gabbani

Scipione Salviati, come tutti i proprietari del suo tempo, non si limita a dettare le regole per una buona amministrazione delle sue fattorie: si spinge ben oltre: entra nelle famiglie dei suoi coloni e ne disciplina la vita quotidiana.

Come vedremo questa ingerenza padronale dipendeva dallo  stretto rapporto che legava il podere alla famiglia colonica. Nell’affidare la terra, infatti si teneva conto delle coltivazioni che vi si praticavano, della sua estensione e della sua ubicazione, per poi stabilirvi una famiglia con forza lavoro adeguata, anche se questa era soggetta a variazioni nel tempo, determinando, spesso, periodi in cui le braccia disponibili potevano risultare sovrabbondanti o scarse. Nelle fattorie Salviati si aveva una maggiore domanda di poderi rispetto all’offerta e, di conseguenza, vi era la possibilità per il proprietario sia di scegliere tra le famiglie richiedenti, in ragione della forza lavoro offerta, sia anche di poter esercitare un maggior controllo sulle dimensioni delle stesse, sorvegliando i matrimoni.

Nella famiglia colonica, “appartenere ad un sesso piuttosto che all’altro ha delle implicazioni future ben precise, rispetto alla famiglia nella quale si nasce: i maschi sono destinati a rimanere, le femmine ad uscire”.
I maschi sanno che il loro futuro è nella famiglia di origine con le rispettive mogli, beninteso, tutti i maschi cui era stato permesso di far entrare una moglie in casa.
Era il capofamiglia, il “capoccia”, unico referente autorizzato e riconosciuto dal proprietario, a recarsi in fattoria a presentare la richiesta di matrimonio per un componente della famiglia.
La domanda di matrimonio era obbligatoria per i maschi e doveva essere presentata all’epoca dei saldi colonici, per valutarla in base alla situazione del debito o del credito della famiglia.
La domanda veniva poi valutata dal fattore che poteva dare subito il suo consenso quando la necessità del matrimonio era indubbia. Nel caso del podere della Fattoria Vecchia a Vecchiano, si accordò “ad uno dei figli del capoccia di accasarsi, perché dopo la morte di una sposa era rimasta una sola donna ad occuparsi di cinque uomini adulti e sei bambini”.1

La richiesta di matrimonio richiedeva, però, un accordo preliminare interno alla famiglia, un “consiglio”, presieduto dal capoccia, tra quanti dovevano continuare a vivere sotto lo stesso tetto.
Una volta conclusa questa fase veniva richiesto il permesso, anche per anni di seguito, ad ogni saldo annuale e spesso senza un lieto fine assicurato, specialmente se si era in presenza di una permanente situazione debitoria o di famiglie i cui componenti erano ritenuti “cattivi lavoratori”.
Alla Torretta la famiglia era costituita da due fratelli ed un cugino, con le rispettive famiglie, in tutto quindici persone.
Il loro conto colonico risultava a credito, ma, nonostante la raccolta fosse superiore al consumo, essa non era giudicata sufficiente per una famiglia così numerosa. Questo basta per respingere una prima richiesta, avanzata dal capofamiglia per dar moglie al figlio Giuseppe.
L’anno successivo, nuova richiesta e nuovo rifiuto, “perché non camperebbero”. Il terzo anno, alla nuova domanda, viene risposto: essendo “una famiglia di quindici persone sufficiente per il podere, non è stato accordato, e se volesse prenderla, il che non può impedirsi, sorta di casa”.
Dopo cinque anni Giuseppe “sortì di casa” per prendere moglie senza permesso.2

Quanto sopra vale quando le regole dell’Amministrazione vengono rispettate e questo ci dà una spiegazione dell’alta età media al matrimonio e del gran numero di celibi nelle famiglie mezzadrili.
Ci sono, però, anche molti casi di ribellione a queste regole, “giovani che non si sentono votati alla castità per ordine del padrone o del padre, né sono disposti ad attendere, per esprimere la loro vita sessuale, l’epoca dei saldi e la chiusura dei conti colonici.
Questi giovani contadini se ne andavano dal podere per prendere moglie senza licenza, altri loro simili si mettevano nei guai per aver messo incinta una ragazza.
La gravidanza illegittima, nel mondo mezzadrile, era fonte di problemi anche per i responsabili maschi. La colpa era delle più gravi, quella per cui il responsabile doveva lasciare in tronco il podere”.3 Podere “La Torretta”, lavorato da Lomi Francesco: “Domenico nipote ha ingravidato una ragazza della Famiglia Gemignani, ed è stato fissato di mandarlo subito fuori di casa, o di licenziare tutta la famiglia”.

Stessa sorte toccò anche a Ernesto Gabbani. La famiglia di Ernesto, con capoccia il padre Francesco era stata assegnataria, per quarant’anni, di uno dei poderi della Fattoria di Vecchiano, “Le Grepole”, per passare, poi, nella Tenuta di Migliarino, sul podere “Debbi”. Il 30 Maggio 1884 nasce Ricciotti, da Ernesto Gabbani e Maria Pasqua Bozzi (figlia di Pasquale Bozzi, altro colono dei Salviati), concepito fuori dal matrimonio.
Nonno Ricciotti, nelle vacanze estive di oltre 60 anni fa, durante le passeggiate mattutine all’interno della pineta di Torre del Lago, teneva intorno a sé noi nipoti affascinati dai suoi racconti di vita vissuta.
Ci parlava della sua nascita non come un avvenimento felice, ma come una vera e propria “disgrazia familiare” per le pesanti conseguenze patite dai suoi genitori e successivamente da lui e dai suoi fratelli.
Maria Pasqua dovette riconsegnare il nastro celeste simbolo dell’Associazione cattolica le “Figlie di Maria”4  e lasciare l’associazione, ma, fatto ben più grave, fu l’allontanamento immediato di Francesco dal podere con le pesanti conseguenze che tutto questo comportava.

Il controllo, costante e sistematico, riguardava quindi non soltanto l’attività lavorativa, ma anche la vita privata dei coloni.

Questa ingerenza appare oggi un’assurda prepotenza e sarebbe assolutamente inaccettabile; va però tenuto conto del tempo e delle condizioni socio-economiche dell’epoca e allora può essere compresa, anche se non giustificata, la volontà di tutelare le condizioni di vita della famiglia colonica.

Un podere che poteva dar da vivere ad una famiglia di 15–16 persone non poteva sopportare il formarsi al suo interno di nuove famiglie che avrebbero fatto crescere il numero delle bocche da sfamare e tolto le donne dal lavoro del podere, nonché aumentato i problemi di convivenza fra le donne e fra il capoccia e gli altri componenti della famiglia.

Questo non toglie affatto che il fine primo che il padrone intendeva conseguire fosse una maggiore redditività delle proprie Tenute. Sarà solo nel 1933 che, in merito al matrimonio, la Carta della mezzadria, stabilirà non più necessario l’assenso del padrone alla variazione della famiglia mezzadrile.

Il padrone (i Salviati), quindi, controllava e condizionava l’operato della comunità e lo faceva attraverso i contratti di colonia ma, in modo ancor più incisivo, attraverso le continue memorie per i suoi ministri e fattori.
Le memorie erano in realtà ordini e segnalazioni che riguardavano la condotta dei contadini e ci mostrano come il padrone entrasse negli angoli più nascosti della vita delle famiglie dei suoi coloni.
I condizionamenti alla libertà personale non si limitavano al controllo dei matrimoni, l’ingerenza del padrone si spingeva ben oltre: “E’ vietato al colono e qualsiasi componente della sua famiglia allontanarsi, anche per giusti motivi, dal podere senza il permesso del fattore”.
Per chi contravveniva era previsto il pagamento di una multa di £ 2, e la doppia multa in caso di recidiva.
Le richieste di allontanamento, inoltre, dovevano essere solo per casi eccezionali, soprattutto per le donne.
Da sottolineare che era difficile  non solo uscire ma anche poter rientrare nelle tenute Salviati: per accorgersene è sufficiente leggere le osservazioni fatte ai contadini in occasione dei saldi, dove ritroviamo spesso: “il figlio nonostante la proibizione è stato costretto a prendere moglie per delle circostanze imponenti, per cui è stato ordinato di mandarlo via di casa e di non più accostarsi”; “ammonito perché non ammetta in casa i figli, o parenti allontanati dal podere”.5

Dalla fattoria provenivano ordini non solo sulla conduzione del podere e delle stalle; gli ordini arrivavano ormai anche tra le mura di casa. Il capofamiglia rappresentava un caposaldo non solo per quanto riguardava i matrimoni, ma in particolare per la sua responsabilità circa i lavori nel podere, il bestiame, e i rapporti con il mercato.
Il ruolo di “capoccia” spettava di solito al capostipite che poteva anche decidere di delegare la responsabilità al figlio maggiore.
In alcune zone del Pisano, di frequente, la figura del capoccia era rivestita dal fratello maggiore, che restava celibe, per evitare di suscitare gelosie che potevano nascere dal sospetto di favorire il proprio nucleo familiare.
Va aggiunto che il proprietario o il fattore avevano il potere di revocare la carica di capofamiglia quando chi ne era titolare veniva giudicato non all’altezza dei sui compiti per la conduzione del podere.
Di solito si arrivava a questo se si poteva contare, all’interno della stessa famiglia, su un individuo molto più affidabile.

Causa di licenziamento erano anche l’insufficiente autorità del capoccia sulla sua famiglia, la disunione tra i componenti, l’infedeltà nel consegnare al padrone la metà del raccolto, il taglio o la vendita di piante del podere senza autorizzazione, la condanna per crimini o affari di mal costume di un componente della famiglia e ancora, il vizio del gioco, il fatto di tenere armi in casa, la pratica della caccia e le abitudini sessuali disinvolte.
Nel podere di Bosco a Fiume a Migliarino, il capoccia “è stato sgridato perché poco sorveglia le sue donne, e particolarmente le sue nipoti …. che per la loro poco lodevole condotta, accadono degli inconvenienti che disonorano la famiglia, di ciò non ottenendo ammenda, sarà licenziata tutta la famiglia”.6
Al podere Prata Vecchie: “Il capoccia tiene la ganza, e ha un figlia gravida, ed è diventata una famiglia che sarebbe disonore a tenerla per il che sono stati licenziati tutti”.7

C’erano, inoltre, tutta un’altra serie di avvenimenti che finivano per condizionare il colono. In anni di crescita demografica e di saturazione della maglia dell’appoderamento la perdita di potere contrattuale dei lavoratori era segnalata, nel contratto di colonia, con un inasprirsi delle clausole sfavorevoli al mezzadro.
Ne è dimostrazione il documento redatto da Scipione Salviati, nell’Ottobre 1854 “Rettificazioni all’apoca8 di Colonia pei poderi della Tenuta di Migliarino”.


All’art. 3 del contratto aggiunge “sarà altresì tenuto il colono di fare in ogni anno Braccia 400 di fosse profonde non meno di Braccia 2 e larghe Braccia 2 e 1/2, porvi viti che gli verranno somministrate dall’Agente e riempirle come d’uso. Non eseguendo questo lavoro pagherà £ 7 per ogni cento Braccia e, viceversa, riscuoterà lire 7 per ogni cento braccia fatte in più delle 400”.

Sono i così detti “Patti di fossa” imposti ai mezzadri: saranno cancellati in seguito alle lotte contadine del 1919.
Il contratto di colonia prevedeva, a carico del mezzadro, anche le così dette prestanze gratuite: “Si obbliga il Colono e sua famiglia di fare a turno e ripartitamente con gli altri lavoratori della Fattoria, tutti i bucati che potranno occorrere per il servizio della Casa di Fattoria e della Casa di Pisa, senza poter in verun tempo pretendere altro che un paolo per cischedun bucato, e ciò rapporto soltanto a quei bucati che dovranno essere portati alla Casa di Pisa”.

Dovrà ogni Colono e sua famiglia consegnare alla Fattoria senza poter pretendere alcun pagamento le seguenti Regalie: Due para di capponi per il Santo Natale. Un paro di galline per il Carnevale. Cinquanta coppie d’uova per la Pasqua di Resurrezione. Ed un paro di galletti per il Ferragosto”.

E’ permesso al Colono di tenere uno o al più due maiali per uso della propria famiglia (…) a condizione che a titolo di tassa debba pagare ogni anno alla Fattoria la somma di Lire dieci per ciaschedun maiale in luogo del prosciutto solito darsi dagli altri Coloni”.10 

A fine anno, se qualcuna delle prestazioni risultava mancante, veniva monetizzata e la cifra registrata nel libretto colonico nella colonna Dare del colono.

Molto spesso, il colono riusciva a malapena a ricavare dal podere lo stretto necessario per la famiglia, ma, in condizioni climatiche avverse il prodotto ricavato non era più sufficiente e doveva ricorrere a forme di debito con il padrone, al quale chiedeva la somministrazione delle così dette prestanze, ossia il vitto.

Il padrone, però, aveva la facoltà di non somministrare le prestanze quando, a suo giudizio, si era in presenza di famiglie con cattiva condotta o a quelle in cui la quantità consumata, dagli individui che componevano la famiglia, risultava superiore alla quantità stabilita: un consumo maggiora veniva considerato “provenire dalla cattiva condotta domestica del lavoratore, e sua famiglia, e sarà un titolo per dargli licenza dalla colonia del podere”11 .


Ritengo infine interessante riportare alcuni passi di una memoria (anche se di un periodo precedente a quello di Scipione Salviati) per mettere in luce, ancora una volta, l’intromissione del padrone che si spinge a disciplinare la vita del colono e della sua famiglia anche per i giorni festivi:

Minuta di istruzioni quanto allo Spirituale, ed al Temporale
per gl’Individui, Famiglie della Fattoria di Migliarino” (anno 1807)

Nella domenica siano obbligati tutti i Capi di Casa di condurre tutti alla prima Messa Parrocchiale tanto Uomini che Donne, Giovani e Piccoli e solo restino a badare a Casa qualcheduno di età avanzata che potrà andare alla seconda Messa e un tale richiamo deve servire primieramente per soddisfare l’obbligo della S. Messa e, ascoltare la spiegazione Evangelica di ciascheduna domenica e, dopo questa Sacra Funzione, e inclusivo il Capo di Casa devino trattenersi all’Insegnamenti della Dottrina Cristiana che seguirà subito dopo la messa Parrocchiale e chiunque e di qualunque età sarà sottoposto ad essere interrogato dal Cappellano Curato perché non sapendosi questo non si può vivere Cristianamente.

Terminate queste Funzioni e celebrata la seconda Messa quella gioventù che resterà disoccupata da assistere e governare il Bestiame che tutti i contadini anno nelle loro stalle potranno divertirsi al gioco delle palle ho altri divertimenti leciti e onesti ma lì nella Tenuta dove nessuno sarà ardito di partirsi nei giorni di festa per andare a fare il vagabondo nell’altri luoghi come segue presentemente e, così si leverà l’occasione di tanti effetti peccaminosi che seguono e, che disolvono la Famiglia.

Venuta l’ora del Vespro di nuovo il Capo di Casa dovrà condurre tutta la Famiglia meno che qualcheduno che resti a badare la Casa e abbadare il bestiame e terminato il Vespro sarà lecito a tutti di divertirsi nella Tenuta come pure non vogliamo che si usi come si fa presentemente di andare a Veglia nei Paesi e Luoghi fuori di Migliarino per passarvi la mezza nottata come si fa presentemente il che va a produrre dei cattivi effetti tanto per l’anima che per il corpo.

E siccome non sarà difficile che qualcheduno non vorrà adempiere ai presenti ordini il Capo di Casa dovrà fare rapporto al Ministro perché possa esserci rimediato con quei Provvedimenti che poco piaceranno a chi mancha ai presenti ordini e se il Capo di Casa mancherà a quanto gli viene prescritto farà un male non solo a sé quanto ancora a tutta la famiglia perché si troverà infalibilmente fuori dal Podere.

Esortiamo ancora le madri che invigilino con diligenza ai portamenti delle Figliole perché seguendo dei disordini potrebbe cagionare un male a tutta la famiglia.

Speriamo dunque che tutti delle famiglie di Migliarino si faranno un dovere di adempiere esattamente ai presenti ordini perché abbia a risentirne un vantaggio per l’anime loro nel vivere Cristianamente” 12





(1) G. Biagioli, “Il capo di casa è un corbellone”. Il controllo padronale sulle famiglie mezzadrili nella Toscana dell’Ottocento: Le Fattorie Salviati, “Società e Storia” n. 97 (2002), rispettivamente pag. 497 e pag.502.

(2) S. N. S. – A. S., Parte Moderna, Serie V, Registro N. 460.

(3) G. Biagioli,” Il Capo di casa è un corbellone”…,cit., pag.507.

(4) Le Figlie di Maria erano un’associazione cattolica, creata dalle Suore della Carità S. Vincenzo, che operavano a Migliarino fin dal 1858, alla quale erano iscritte tutte le figlie dei coloni. “Il loro vestire era   semplice, sottana lunga e zoccoli, impreziositi però da un bel nastro celeste”. G: Pardini, “Le Parole di Ieri”,  Grafiche Cappelli,  Sesto Fiorentino,2007..

(5) S. N. S. – A. S.,  tratto da documenti ancora da catalogare.

(6) G. Biagioli,“Il capo di casa è un corbellone”. .. ,  cit., pag. 515.

(7) S. N. S. – A. S., Parte Moderna Serie V, Registro N. 460.

(8) E’ il contratto per la concessione di un podere.

(9) Si tratta di Palazzo Salviati, posto in via S. Martino. Fu sede dell’attività del Banco Salviati di Pisa.

(10) S. N. S. – A. S., Pacco N. 1, Documento N. 14.

(11) G. Biagioli, La mezzadria poderale nell’Italia centro-settentrionale in età moderna e contemporanea (Secoli XV-XX),  Il saggio deriva da un intervento al Seminario di Storia Economica su “ L’organitzaciò de l’espai agrari: masos, possessions,, cortijos i poderi”, tenuto nel luglio 1998 presso l’Università di Girona, pag 101.

(12) S. N. S. – A. S., I Serie Miscellanea, Filza N. 156, Fascicolo N. 5.

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11/12/2021 - 18:16

AUTORE:
Mercuzio

Chissà se c'era anche lo jus primae noctis

10/12/2021 - 23:17

AUTORE:
Marlo Puccetti

Veramente interessante, sembra una storia fuori dal tempo. Un padre padrone che scansionava la vita quotidiana delle persone decidendone il presente e il futuro. Nel contratto erano usati termini come ganza o gravida ora ritenuti arretrati. Le famiglie mezzadrili che vivevano sotto il controllo autoritario del duca che si serviva dei fattori per imporsi sulle famiglie costrette ad ubbidire per lavorare e vivere, un pater familias sui generis. Ora capisco perchè "il mi babbo Mario" di Vecchiano mi diceva "Vuoi far il capoccia" quando ero ostinato.
Questi racconti sono molto coinvolgenti. Bravi.
Marlo Puccetti

7/12/2021 - 11:11

AUTORE:
Marino

Veramente interessante, fa capire come era dura la vita di quegli anni e come era difficile, allora, pensare a ribellarsi ad una assurda autorità. Una consapevolezza che ha avuto bisogno ancora di molti tanti anni per risultare evidente e scontata.