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Il precedente articolo di Franco Gabbani sul Castello di Vecchiano e la Chiesa di Santa Maria ha riscontrato un successo di lettura senza precedenti, con oltre 1400 letture sulla Voce e 1000 utenti singoli che lo hanno raggiunto su Facebook nella pagina dell'Associazione.

Ovviamente non conosciamo le letture su altre pagine su cui è stato condiviso, ma questi dati indicano con chiarezza il gradimento nei confronti dei temi storici del territorio.

Interesse dimostrato anche da Agostino Agostini, che ci ha proposto alcuni argomenti correlati.

Non vorrei essere cavilloso, però il simbolo di Soru .....
Ma come si fa a prendere in considerazione uno come .....
. . . a non volere nella lista Soru il simbolo di Italia .....
Il 17 gennaio scorso Renzi, con una nota ANSA, ha .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Associazione ambientalista - LA CITTÀ ECOLOGICA APS
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di Umberto Mosso
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di Bruno Pollacci
Direttore dell'Accademia d'Arte di Pisa
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Primo Levi#Auschwitz #PrimoLevi #ebrei #campidiconcentramento #giornatadellamemoria
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Pisa, 29 febbraio
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Pisa, 27 febbraio
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Avane, 24 febbraio
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Pisa, 25 febbraio
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Attiesse Spettacolo
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L'amore è amore
senza se e senza ma
Raggiungerlo
è l'aspirazione
più ambita
desiderata
sentita
a cui tende
ogni creatura. . .
pur essendo .....
LA TARI è ARRIVATA E SALATA
MA IL KIT PER LA RACCOLTA NON ANCORA
SIAMO A MARZO.

COME MAI?
COSì NON VA BENE.
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I Salviati e i Comunisti
Malaventre
di Franco Gabbani e Sandro Petri

6/2/2022 - 10:05


Dopo il breve excursus dedicato all'approfondimento del tema sociale del matrimonio, la narrazione torna alle vicende storiche dei territori che hanno visto la gestione della famiglia Salviati, esaminando anche brevemente i trascorsi dei secoli precedenti.
Franco Gabbani esplora il contenzioso che si creò a partire dal 1784 tra i Salviati, venuti in possesso dei territori originariamente in possesso della contessa Matilde di Canossa, ceduti nel lontanissimo 1197 alle Comunità.
Questo articolo è dedicato alla storia e alle controversie che si sono dipanate nel corso dei secoli relativamente alla Comunità di Malaventre.
Uno scibile storico e giudiziario enorme, potremmo dire secondo la consuetudine italica, che certamente non è nata nei tempi moderni.
Franco approfondisce uno di quei contenziosi, durato più di 100 anni, in modo da dettagliare in modo sintetico le argomentazioni che si confrontavano.
Mi auguro che prosegua il gradimento ottenuto finora dalla serie di articoli.
Nella foto, l'immagine di un dipinto che ritrae la contessa Matilde.


Sandro Petri

I SALVIATI E I COMUNISTI:

(1) MALAVENTRE

di Franco Gabbani 

Dopo aver trattato il tema del matrimonio nell’800 riprendiamo, con questo articolo, il nostro percorso per la ricostruzione storica dei rapporti fra la Famiglia Salviati e le Comunità del nostro territorio

In particolare, inizieremo a ricostruire i conflitti che opposero la Casa Salviati e le Comunità  a motivo delle Servitù che gravavano sulla Tenuta di Migliarino e sulla Fattoria di Vecchiano.
Per “Servitù” intendiamo qui genericamente un obbligo che grava su un terreno a favore di qualcuno che non ne è il possessore.
Esse traggono la loro natura e le loro caratteristiche da una lunga evoluzione storica che parte dal Medioevo con l’introduzione del feudo.
All’interno di un feudo era generalmente previsto che alcuni territori fossero lasciati in libero uso alle comunità del luogo che li utilizzavano per pascolare il bestiame, raccogliere le legna e i prodotti del padule, pescare nei laghi e nei fiumi etc..
Questi diritti consuetudinari sulle terre, vantati dalle comunità rurali, iniziarono, alle soglie dell’epoca moderna, ad essere contrastati dai proprietari fondiari.
I signori feudali, ma anche i mercanti arricchiti, cominciarono a chiudere e privatizzare le terre comuni, recintandole per ridurle a coltura.
Iniziarono quindi le liti fra le comunità locali e i proprietari privati: le prime miravano a mantenere il diritto che da secoli esercitavano su quei beni, considerati di proprietà collettiva e indispensabili per la loro sopravvivenza; i secondi miravano a liberarsi dei pesi delle servitù che rappresentavano un grave impedimento alla trasformazione delle loro proprietà, spesso incolte e paludose, in terreni fertili e redditizi.1
Dagli inizi del XVI secolo con la crescita di investimenti nelle campagne e i tentativi di trasformazione dei territori e dell’economia, le servitù finirono per diventare un intralcio agli obbiettivi dei grandi proprietari terrieri: infatti è proprio a partire dal XVI secolo che inizieranno le liti, le transazioni, le cause, le sentenze.

Nel nostro caso, le liti opponevano gli abitanti delle Comunità ai proprietari dei terreni: Mensa Arcivescovile Pisana prima, Duchi Salviati poi.
Va specificato che due erano le Comunità che vantavano diritti di Servitù nell’ambito del quale ci stiamo occupando:

La Comunità di Malaventre sui terreni interni alla Tenuta di Migliarino e sul Padule di Malaventre.

Le Cinque Comunità della Valle del Serchio (S. Alessandro di Vecchiano, S. Frediano di Vecchiano, Nodica, Avane, Filettole) sulla Fattoria di Vecchiano.

Occupiamoci per prima cosa proprio della comunità di Malaventre.
Gioverà ricordare ancora una volta che i difensori dei diritti tradizionali delle comunità, e quindi dei “beni comuni”,  vengono in genere definiti “comunisti” con un’accezione che, evidentemente si distingue da quella, posteriore, di “aderente al movimento comunista”, nel senso di Marx.

Nel secolo XII la Mensa Arcivescovile Pisana possedeva, tra i suoi numerosi latifondi, quattro tenute nel comune di Malaventre: la Pecoreccia, la Romita, il Poggio a Padule, il Padule.
Le prime due boschive ed interne alla Tenuta di Migliarino, le altre due adiacenti alla stessa.
Nel 1197, l’allora Arcivescovo Ubaldo, concesse agli Uomini di Malaventre “l’uso pastorale e della Selva e della Peschiera”.

(…) concediamo ed elargiamo ai predetti abitatori della Villa di Malaventre ed ai loro posteri in perpetuo il predetto uso pastorale e della Selva e della Peschiera come sono soliti avere fino dal tempo della podestà della Contessa2 (…)
La detta concessione ed elargizione diamo e trasmettiamo a voi infrascritti abitanti della Villa di Malaventre e cioè ad Anselmo figlio del fu Moronte, ad Alberto Cenati figlio di Ugone Martino e a Guidone figlio del fu Viviano consoli di Malaventre, e a Bodro del fu Marignano riceventi per tutto il vostro comune di Malaventre, affinché, come nel passato, voi e gli altri abitanti di Malaventre abbiano tutte quelle cose, che sopra si leggono, in perpetuo senza alcun contrasto e molestia di alcuna persona (…) 3

Nella Comunità gli anni trascorsero tranquilli fino ai primi decenni del 1500 quando sorse la prima controversia che si concluse nel 1540 con una transazione tra la Mensa Arcivescovile e gli Uomini di Malaventre: Francesco di Giacomo Ruffini, Marco di Bacci Barsotti e Giacomo di Giacomo Ruffini che rinunciarono a nome loro e del Comune ad ogni diritto sulle terre di pertinenza della Mensa ricevendo in cambio “916 stiora4 di terra nel Comune di Malaventre”.

Alla morte dei primi due comunisti, Giacomo Ruffini rinunciò definitivamente a tutti i propri diritti. Nei due secoli  successivi la Comunità di Malaventre presentò numerose suppliche rivendicando i propri diritti feudali, ma niente cambiò.
In seguito, su richiesta delle famiglie che lavoravano nei poderi, furono stipulate due convenzioni, nel 1764 e nel 1770, che ripristinarono i diritti di pascolo e di legnatico.
Dopo alcuni anni, nel 1781, la Mensa Arcivescovile trattò con la Comunità dei Bagni di San Giuliano (alla quale si erano aggregati gli uomini di Malaventre) per l’affrancazione  delle servitù che fu stabilita in ottanta scudi che la Mensa si obbligava a pagare alla Comunità.
Ma già nel Maggio del 1782, “gli uomini di Malaventre, venuti in cognizione di questo trattato, comparvero negli atti del Commissario de’ Bagni di S. Giuliano, e chiesero  contro le Comunità di essere mantenuti nel quasi possesso delle servitù di lignare e di pascolare”.

Intanto nel 1784 le Tenute della Romita, della Pecoreccia, di Poggio a Padule e di Padule di Malaventre pervennero nel possesso della Casa Salviati, rappresentata dal Cardinale Gregorio, mentre in cambio la Mensa Arcivescovile ricevette la quarta parte della Tenuta di Tombolo e di Tombolello.
Nell’atto di permuta furono attestate e riconosciute le servitù di pascolo e di legnatico a favore della Comunità di Malaventre.5
Da questo momento i contenziosi  fra la Casa Salviati e i Comunisti di Malaventre avranno sempre come base il godimento delle servitù e saranno legati alle specifiche modalità del loro godimento: spesso le parti davano infatti interpretazioni opposte riguardo alle concessioni, agli usi, alle consuetudini, perfino ai patti scritti che avevano dato origine alle servitù stesse.

Le controversie furono, quindi, numerose: qui ci limiteremo ad esaminarne una che si trascinò per alcuni anni e si concluse con una transazione che determinò, almeno temporaneamente, la cessazione dei diritti di servitù vantati dalla Comunità.   

Tutto comincia con una Istanza, dell’ 11 Aprile 1821, fatta dall’Avvocato Francesco Morosoli6 , per parte dei Comunisti di Malaventre, e da una Relazione dell’Avvocato Gaeta, per parte del Principe Don Francesco Borghese, relativa al cosiddetto “Incidente del Cancellino”.

L’Istanza, al Giudice del Tribunale di Prima Istanza della città di Pisa, è avanzata da Gaetano Prini, Gaetano e Giovanni Mazzoni, Bartolomeo Bonafalce e Angelo Raimondi (che saranno poi individuati come i comunisti di Malaventre).
Con essa si notifica al sacerdote Lorenzo Gerbi, rappresentante delle Reverenda Mensa Arcivescovile di Pisa, e al Sig. Giovanni Capitani, agente del Principe Don Francesco Borghese, che i suddetti  posseggono diversi poderi nel comune di Malaventre con “il diritto di Pascolare, far Pattumi, e tagliare tutti quanti i legnami, da ardere, e di uso, che possono essere necessari per la coltivazione e buona manutenzione, nei Boschi, Paduli, e Selve della Tenuta di Malaventre”: si tratta appunto dei poderi che in parte appartengono alla Mensa Arcivescovile Pisana e in parte sono stati ceduti al Principe Borghese.
Questo diritto è sempre stato esercitato e riconosciuto, ma, ora, il Capitani nega l’esercizio di questo diritto, impedendo anche la raccolta delle ghiande, il taglio delle felci se non con la semplice falce esclusa la frullana, il pascolo dei bestiami nei chiusi “che parte per convenzione, e parte  arbitrariamente sono stati costruiti nella Tenuta”.
Inoltre, secondo i Comunisti di Malaventre, il Capitani  “anche  attualmente si fa lecito di  costruire un  nuovo  Chiuso nel  Padule di Migliarino in luogo detto il Cancellino”.
Gli intimanti notificano, quindi, non tanto al Gerbi quanto al Capitani, che il suo comportamento “è sommamente pregiudiziale, e dannoso al loro interesse”, intimano, inoltre, la demolizione entro tre giorni di quei chiusi costruiti arbitrariamente, come pure di non continuare la costruzione del Chiuso del Cancellino.7

L’anno successivo, e precisamente il 7 Settembre 1822, si ha in risposta una Relazione dell’Avvocato Gaeta sull’ “Incidente del Chiuso del Cancellino”.

Il Gaeta sostiene che nella Tenuta di Migliarino, su cui i Comunisti di Malaventre hanno, o vantano di avere diverse servitù, ci sono molti chiusi fatti a vantaggio dell’agricoltura.
Questi chiusi, compreso quello detto del Cancellino, sono sempre stati rispettati dai Comunisti di Malaventre, non facendo pascolare il loro bestiame in quei luoghi.
Negli ultimi tempi, pensando che il Chiuso del Cancellino potesse estendersi, i Comunisti, con scrittura dell’Aprile 1821, intimarono all’Agente del Principe Borghese di non continuare il detto chiuso.
L’Agente rispettò l’intimazione nella speranza che i Comunisti avrebbero rispettato la parte del chiuso che già esisteva.
Così non è stato: essi, anzi, hanno mandato a pascolare le loro bestie nella parte già ridotta a prato.
Immediatamente fu chiesto di inibirli, ma i Comunisti  continuarono a  mandare i loro  bestiami  sui  quei  prati, per cui fu domandato formalmente al Tribunale che inibisse il pascolo e che li condannasse alla “refezione dei danni”.
Il Gaeta sottolinea che la propria parte aveva  prodotto un atto, sottoscritto da cinque testimoni, i quali, davanti ad un notaio, hanno dichiarato che quella parte della Tenuta, chiamata il Cancellino, è stata ridotta a coltura da circa 25 anni e che “non hanno mai visto pascolarvi bestiame di sorta alcuna di pertinenza dei Comunisti di Malaventre”.
Il Gaeta continua affermando che da parte dei proprietari Salviati “(…) è sempre stato riconosciuto il diritto ai Comunisti di Malaventre di far pascolare i loro bestiami nella Tenuta, per cui il problema sta nello stabilire se sia consentito al Padrone del Fondo Servente di ridurne a coltura una parte senza compromettere il godimento della Servitù”.

Si sostiene, inoltre, che, con gli atti del 1764 e 1770, fu stipulato che non si potessero fare “nei rispettivi beni mutazione alcuna, che fosse pregiudiziale al popolo”.

I Comunisti, però, sarebbero  stati  i primi a rompere questo patto riducendo a coltura i loro beni per cui, per le regole della Giustizia, non possono invocare un patto che hanno violato e che hanno reso nullo con le loro azioni.
Il Gaeta riporta, a questo proposito, una decisione della Rota Romana che, in un caso simile, stabilì che le parti fossero obbligate a tenere aperta la porta dei chiusi, per permettere il pascolo del bestiame, “in quel tempo però in cui in detti chiusi non esistevano le raccolte”, e negò il ritorno dei terreni allo stato preesistente.
Sulla base di questa decisione, l’avvocato Gaeta riteneva, perciò, che le raccolte esistenti nel Cancellino dovessero essere rispettate così come il suo cliente aveva sempre rispettato le coltivazioni dei Comunisti di Malaventre.

La controversia continuò ancora per alcuni anni: i Comunisti di Malaventre inoltrarono nuova istanza al Tribunale di Pisa e pretesero, contro il Principe Don Francesco Borghese, subentrato alla Mensa Pisana:

1° ” che il gius di lignare si estendesse ad avere, oltre la legna stramazzata, tutto il legname necessario alla costruzione di nuove case, riparazione di quelle già costruite, alle capanne, ai pagliai e agli arnesi agricoli”.

2° “ che il gius del pascolo si estendesse anche al Padule di Malaventre”.

3° che “competesse loro il diritto di avere dalla Tenuta le ghiande necessarie all’ingrasso de’ loro maiali”.

4° “che fosse in loro facoltà di tagliare per uso de’ loro poderi il falasco o paglia di padule”.

5° “che fosse loro lecito di falciare anco con frullana le felci e le erbe”.

6° “che competesse loro il diritto di raccogliere nelle tenute il letame sparsovi da bestiame errante per l’ingresso nelle lor terre”.

A sostegno di queste pretese allegarono la concessione dell’Arcivescovo Ubaldo del 1197, produssero la transazione del 20 Maggio 1540 e, per provare le loro richieste, aggiunsero le  Licenze ed Attestati in loro possesso, dai quali risultò “aver sempre i Comunisti di Malaventre gratuitamente goduto a carico della Mensa del pascolo, del legnatico, del taglio delle felci, del pattume, e falasco”.

La sentenza del 25 Giugno 1824 esaudì le loro domande. Riconobbe alle parole della concessione del 1197 “pasturalem silvae et piscarie” un significato più vasto di quello letterale sostenuto dai Salviati e dalla Mensa nel loro contratto di permuta, includendovi tutti i diritti che da una tale servitù potevano derivare.8

A seguito della sentenza il Principe Don Francesco Borghese, volendo porre fine alla disputa con i Signori Prini, Mazzoni, Bonafalce e Raimondi, incaricò l’avvocato Morosoli di predisporre gli atti per una transazione.
Una  transazione  richiedeva  molto  spesso,  per  arrivare  ad  una   conclusione, periodi anche più lunghi di quelli occorrenti per arrivare a sentenza in una causa, considerando che il più delle volte la transazione si interrompeva per mancato accordo fra le parti.
A dimostrazione di queste difficoltà si riporta una lettera dell’avvocato Morosoli del 5 Marzo 1828:

Non ho più polmoni da tanto ho parlato e gridato con i Comunisti di Malaventre, e sarebbe troppo lungo farvi il dettaglio tutto ciò che ha formato subietto di discussione con essi.
Vi dirò soltanto che avevo sciolta ogni trattativa perché essi volevano e Legnami da Carri e Barrocci, e Stolli e Legna da ardere (…).
Ho trovato un ostacolo grandissimo sulle spese rapporto alle quali (…) non vogliono in conto alcuno pensare a pagare il restante del mio conto che deduzione fatta di ciò che mia ha pagato il Capitani, e di ciò che mi hanno pagato loro, si residua a Scudi 3019.
Dicono dunque che se il Borghese si accolla di pagare a me quella somma, la transazione può farsi, diversamente non se ne parla più.

Il progetto di Transazione comprendeva:

1 – Il prezzo si determini in Scudi Diecimila.   2 – Sia a carico del Borghese il pagamento del mio conto. 3 – Si accordino ai Comunisti per una sola volta soltanto i legnami per resarcire e fare i necessari accrescimenti alle loro case coloniche.   4 -  Si  ipotechi  a  favore   dei   Comunisti  la  Tenuta  di  Migliarino per la concorrente quantità di Scudi diecimila.
Si stipuli il patto di poter ritornare ai primi diritti in caso d’inosservanza.9

Il 14 Marzo 1829 viene finalmente conclusa la transazione, rogata dall’avvocato Francesco Morosoli, con la quale, a favore del Principe Don Francesco Aldobrandini, i Comunisti di Malaventre, rinunciano ad ogni servitù sulla Tenuta di Migliarino in cambio della somma di Scudi diecimila.

La transazione del 1829 pose fine ai contrasti fra i Salviati e i Comunisti di Malaventre, ma solo temporaneamente: nel 1919, infatti, la Comunità inoltrò istanza per ottenere il ripristino delle antiche servitù in quanto riteneva di essere stata esclusa dalla  transazione effettuata novanta anni prima, accusando i firmatari di allora (Bonafalce, Prini, Mazzoni e Raimondi) di aver agito esclusivamente nel proprio interesse.
Tuttavia, alcuni anni dopo, il Comune di Vecchiano, rappresentante della Comunità di  Malaventre,  stipulò  con i Salviati un accordo con cui “dichiarava di rinunciare ad ogni pretesa di uso civico che potesse aversi dagli abitanti di Malaventre” sulla Tenuta di Migliarino.

L’accordo, però, non fu omologato e nel 1927 fu richiesta una perizia al Professor Romualdo Trifone affinché indagasse su quali terre ricadevano gli usi civici.
Fu accertato che questi ricadevano sulle terre che erano state oggetto della concessione del 1197: ossia Poggio a Padule e Padule di Malaventre.
In seguito alla perizia e sulla base del decreto legge 22 Maggio 1924, riguardante il riordinamento degli usi civici ancora presenti nel Regno, fu riconosciuto agli abitanti di Malaventre:

 diritto di pascolo per il bestiame dei comunisti,
 diritto di legnatico per il fuoco, pel mantenimento delle case coloniche e capanne e per gli attrezzi rurali,
 diritto di raccogliere nei boschi ghiande e letame e farvi falciare l’erba per il bestiame,
 diritto di tagliare cannella, falasco, serago ed altri pattumi,
 diritto di pesca nel padule, e ritenere libere le altre terre.10

La controversia fra le due parti, ad ogni modo, continuò fino a che i Salviati e il Comune di Vecchiano, con l’intento di trovare una soluzione transattiva, affidarono al perito Sante Castellani il compito di identificare e rilevare catastalmente le terre gravate dagli usi civici.
A seguito di ciò tutte le servitù furono definitivamente liquidate in cambio di cento ettari di terreno dati in proprietà al Comune di Vecchiano in rappresentanza della frazione di Malaventre.
Il 20 Ottobre 1943 avevano così termine le liti, le cause, le sentenze e le transazioni fra la Comunità di Malaventre e la Casa Salviati.



Mi baso su: F. Marianelli, Usi civici e beni comuni, “ Rassegna di diritto civile”, 2, 2013, pp. 406-422.

Matilde di Canossa  aveva concesso alla Mensa Arcivescovile Pisana: La Lama Trincabonaldi, Debbi, Fossa Magna, Poggio a Padule e Padule di Malaventre.

M. Matteucci, Storia dei beni di uso civico della frazione di Migliarino, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera 1989, pag.12.

Stioro è un’antica misura toscana di superficie, corrisponde a circa 525 metri quadrati.

M. Matteucci, Storia dei beni di uso civico della frazione di Migliarino …, cit.  pag. 20.

6 E’ il padre di Robustiano Morosoli (1815-1904) che negli anni 1848- 1849 sarà Gonfaloniere dei Bagni di S.  Giuliano T. e successivamente deputato e senatore del Regno d’Italia. Si veda P. Finelli, Robustiano Morosoli, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2012, volume 77.

 S. N. S. – A. S.,  I Serie Miscellanea, Filza n.159, Tomo I, Doc. n. 26.

S. N. S. – A. S., I Serie Miscellanea, Filza N. 212, Doc. N. 11.

S. N. S. – A. S., I Serie Miscellanea, Filza N. 212, Doc. N. 1.

10 M. Matteucci, Storia dei beni di uso civico della frazione di Migliarino …, cit, pp. 25-27.

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