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Con questo articolo termina, dopo un percorso durato più di un anno, l'analisi che Franco Gabbani ha fatto su un duplice piano, la storia della Famiglia Salviati, e di Scipione in particolare, e sinteticamente il contesto sociale e gli avvenimenti succedutesi nel corso del 1800 nel territorio di Vecchiano, come anche in Toscana, in Italia e in Europa.Anche in questa conclusione viene trattato un tema di primaria importanza, quello dell'istruzione nel 1800. 

Un amico mi ha fatto una domanda ed io voglio riportarla .....
. . . tempo fa ti esprimevi come uno di destra ed ora .....
Il PD a queste condizioni non può esistere Mazzeo .....
Per quanto mi riguarda per "sinistra" io intendo le .....


  Conversazione tra due amiche

Intervista di Paola Magli. 


Un nuovo trasloco. La poesia, l’autunno caldo


Ana Lins dos Guimarães Peixoto Bretas, poeta che fu conosciuta come Cora Coralina


A noi donne, per non essere più vittime.

di Silvia Cerretelli
VERSO IL CONGRESSO PD
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Galletti e Noferi (m5s)
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Vecchiano e le sue nuove mezze commissioni consiliari
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di Renzo Moschini
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Intervista di Giancarlo Bosetti (a cura di Bruno Baglini, red VdS)
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Io, Medico
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di Ezio Di Nisitte
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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di Bruno Pollacci
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Quel suo viso
L'altra faccia della luna
La mia vita, la mia voce
Quella luce, a primavera
Come un vento caldo su di me
Sono creta, sotto le sue mani
Lei .....
Buongiorno,

queste mie parole sono per evidenziare il menefreghismo di un ente del Comune di San Giuliano Terme che ad oggi non mi ha risposto ad .....
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Dai ponti al mare: Un po’ di storia e un po’ no.

31/7/2022 - 13:41



Finite le avventure della gente di Bocca, documentate da foto e ricordi di amici e paesani, ecco ora un’appendice che “dovrebbe” far conoscere il passato remoto del nostro fiume:
 
Anno 1000 A.C.
 
Gli etruschi camminarono verso ovest e sul mare fondarono una città cui venne dato il nome di POPLUNA come una delle loro dee buone, traversarono il mare e incontrarono un'isola aspra, brulla e sterile che chiamarono URGO come uno dei loro dei cattivi.
Quelli che erano andati a nord incontrarono un fiume che presero come confine delle loro terre e lo battezzarono AESAR, dio né buono né cattivo, ma l'uno o l'altro a seconda delle stagioni.
  
Anno 400 D.C.
 
Il fiume rovinava dalla gola di Ripafratta nella campagna pisana, allagando campi e paesi, senza prima aver risparmiato la valle lucchese e fatto allontanare mercanti e bestiame che, dalle città del nord, usavano quella via per raggiungere la costa tirrenica.
Le paludi sommergevano il farro appena nato, gli agnelli morivano rimasti impastoiati nel fango lasciato dalle acque ritiratesi dai pascoli, i cereali marcivano dalla troppa umidità e le vie divenivano sempre più insicure per gli smottamenti e per la mancanza di sicure segnalazioni.
Le montagne che facevano da confine al territorio pisano facevano anche da diga a quelle acque che i generosi monti apuani riversavano copiosamente da mille ruscelli. Tutta la valle era, in certi periodi dell'anno, invivibile e quello che l'estate prometteva, l'autunno con le sue piogge e la primavera con i disgeli, annullava.
La strada da Roma, arrivata a Pisa e traversato l'Arno, proseguiva verso i monti, toccava le Terme pisane, correndo ai piedi di quella catena di piccole montagne, verso Luni e la Francia. Era l'ultimo tratto di una via consolare, la Via Emilia Scauri, che era nata a Roma e terminata a Civitavecchia, ma ripresa e fatta arrivare a Ventimiglia ad opera di Aurelio e di cui prese il nome per l'intero percorso.
A Pisa passava a metà città su un ponte di legno dietro l'Oppidio, più avanti del punto d'incontro di due fiumi che, nell'anno 6, Strabone vide congiungersi con una violenza tale che, chi stava in piedi su una riva, non vedeva l'altra sponda. Un fiume era l'Arno, che veniva da Firenze attraverso fertili campagne e l'altro era un fiume di minore importanza, ma non da sottovalutarne la portata.
Dalla strettoia di Ripafratta, il cui nome ci rende bene l'idea della struttura del luogo, le acque che avevano impaurito e recato danno ai lucchesi, non ancora paghe né dome, non risparmiavano neanche la zona pisana.
Rutilio Namaziano, in un suo viaggio da Roma a Luni nel 424, approdò nel Sinus Pisanus, prese un cavallo da un suo conoscente che abitava a Pietra ad Gradum e si recò a visitare Pisa. Anche lui narrò del violento congiungimento dei due fiumi e nel suo racconto dice anche di aver sentito dire che la zona a nord della città, quella al di là dei due fiumi, era "ricca di rane".
 
Anno 550 circa
 
Lampi e tuoni illuminavano e scuotevano i poveri contadini. Scrosci d'acqua entravano dalle fessure dei tetti, un fiume di fango correva per le strade portando con sé mucchi di fieno ed animali che non avevano avuto tempo di entrare nelle stalle. Tutta la notte vi furono pianti ed urla, le lacrime dei poveri lucchesi si mescolavano alle gocce di pioggia e le strida ai tuoni.
Al mattino non ci furono danni da misurare, era distrutta ogni cosa e la fortuna che non vi fossero state vittime umane fu attribuita non al caso, ma alla provvidenza divina. La nuova religione cristiana aveva preso largamente piede tra quella gente che fu subito pronta a pregare Dio affinché fosse ancora più benevolo nei loro confronti. Andarono in corteo a Lucca a supplicare quel sant'uomo del vescovo Frediano che pregasse per loro. Frediano aveva studiato ingegneria a Roma ed aveva già fatto per suo conto sopralluoghi nei dintorni di Lucca per studiare la natura del terreno e, in special modo, l'aspetto idrologico della valle.
Il terreno in leggera pendenza e una minore lunghezza del fiume avrebbero fatto defluire più velocemente le acque evitando straripamenti e ristagni. Bastò una piccola fossetta e la violenza dell'acqua fece il resto. La corrente portò via detriti sassosi e terra, allargando l'alveo e facendo azione di colmata nelle parti più basse. Il nuovo corso verso nord-ovest non era più ostacolato dalla confluenza ortogonale all'Arno che ne impediva il normale deflusso, ma ebbe ora una sua foce traversando la selva Palatina a Migliarino.
Il popolo non sapeva nulla di idrologia, non voleva credere che sarebbe stato così facile rimediare ad anni di inondazioni e disastri, la loro fede in Frediano fece del suo lavoro un miracolo, la costruzione del fossato del nuovo corso, anche se non grande opera, non pesò su di loro con nuove gabelle per la paga degli operai, ma fu tutto attribuito al Santo che tutti giurarono aver visto prendere un rastrello, tracciare un solchetto e pronunciare le sante parole:
"Acque, seguitemi."
Nell'iconografia popolare, da secoli, San Frediano è riprodotto con un rastrello in mano, simbolo del suo lavoro miracoloso.
 
Anno 1162
 
Pisa fece una strada fino a Pontasserchio dove fu costruito il primo ponte sul Serchio.

 Anno 1493
 
Leonardo da Vinci tornò in Toscana per disegnare una pianta dei paesi e fare uno studio delle acque. Visitando la nostra provincia disse che si doveva prenderla a modello "affinché non vi siano o fatti essere terreni umidi in talo modo".
Dopo mille anni non si era ancora arrivati ad una sistemazione delle acque.
  
Anno 1824, luglio
 
Carlo Lodovico, Infante di Spagna, Duca di Lucca, paga 12.900 lire per la sistemazione delle rive del Serchio nel tratto Ripafratta-Pontasserchio.
 
 Anno 1870, agosto
 
Studi approfonditi di dottori dell'università di Pisa (Facoltà di Archeologia) sulla statua trovata a Pontasserchio nello scavo per la ristrutturazione della nuova chiesa vicina al fiume, danno l'età dell'opera intorno al 5° secolo D.C..
La presenza in quel punto di pali sommersi nel letto del fiume, che questo mostrava nei momenti di secca, faceva pensare ad un primitivo ed antico ponte romano che la Via Emilia, dopo Pisa, aveva dovuto traversare trovandosi di fronte ad un fiume che prima non c'era.
La sua costruzione era stata fatta a valle di una grande curva del fiume dove la violenza delle acque si era spenta. Intorno al cantiere erano stati costruiti un tempio e case per gli operai ed i tecnici e, piano piano, mercanti si erano uniti alla manovalanza per approfittare di quel passo e fare i loro affari.
La statua era di un bel marmo lunense e raffigurava un uomo con tunica nella classica posizione del braccio alzato nel saluto romano.
Il mistero del nome non fu svelato neanche quando venne trovato poco più in là il piedestallo dove erano scolpite le parole CAESAR EDIFICAVIT. I resti della ceramica rinvenuta nei dintorni davano per certa la data presunta, ma a quel tempo non vi erano Cesari. Bisognava così supporre che il nome Cesare fosse rimasto ad uso di re, dittatore o grande uomo. La statua fu ricollocata preso la spalletta di muro proprio di fronte alla fine della strada che, proveniente da Pisa, traversava il paese per finire senza scopo di fronte a quel monumento.
 
 Anno 1870, ottobre
 
Una notte un rombo svegliò tutta la popolazione. I più svelti ad alzarsi uscirono di casa e fecero in tempo a vedere un muro d'acqua di circa tre metri che scendeva dal fiume e spazzava ogni cosa. Il nuovo ponte, poco più a valle del punto dove era stata sistemata la statua, fu travolto come fosse di paglia, le case più vicine alle rive ebbero la facciata schiaffeggiata da onde melmose e così durò tutta la notte.
Morirono sette uomini e due donne, centoventicinque pecore, quarantotto maiali, sedici mucche e centinaia di polli e conigli.
Alle acque che rovinavano rombando, fece eco un tuono spaventevole che seguì un lampo che illuminò a giorno la valle. Un tuono e un lampo solo. La mattina i sopravvissuti cercarono invano i parenti portati via dalle acque. I contadini contarono le mucche e i vitelli, i pastori andarono fine sulla cima del monte con la speranza di ritrovare gli agnelli mancanti e chi non aveva avuto danni piangeva lo stesso la malasorte degli amici. Nessuno faceva caso alla statua.
Quando qualcuno si accorse del piedistallo nudo, si cominciò a far caso al fatto che non vi era stato temporale e non era giustificato il lampo che aveva mostrato loro nitidamente le acque in quella notte buia. Si pensò allora dove potesse aver scaricato energia la saetta e fu per primo il prete che notò la mancanza di alcune lettere nel basamento della statua.
Ora si leggeva: -AESAR ----CAVIT.
Solo il parroco sapeva il latino, la sua religione gli impediva di essere superstizioso, ma un brivido lo scosse. Aveva letto al posto della primitiva scritta "lo edificò Cesare" la nuova realtà: "lo distrusse il Serchio".
Era troppo strana la coincidenza, troppa forza avevano avuto le acque quella notte e troppo per lui mantenere quello che considerava il suo segreto. Piano piano dimenticò l'accaduto fino all'anno in cui si ripeté, in modo molto meno violento e senza vittime, una nuova piena. Solo allora, vedendo la gente che correva sull'argine, non impaurita ma curiosa di quello spettacolo della natura, narrò quello che sapeva o credeva sapere di quella "notte del lampo" come veniva chiamata da chi vi era presente.
  
Anno 19..
 
È ancora notte, piove ancora, il Serchio è di nuovo in piena, c'è di nuovo folla sugli argini, verso Vecchiano si sente urlare. Tutti corrono credendo che ci sia un affogato. Tutti giurano di aver visto una sagoma bianca che è apparsa dalle acque con un braccio alzato quasi a chiedere aiuto.
"Io l'ho visto bene, era vestito di cenci ed aveva anche una mano bianca marmata".
 
 AESAR-AUSER-AUSERCOLO-SERCHIO
 

 

Fonte: foto del quadro di Amico Aspertini (1508/9) situato nella chiesa di S. Frediano a Lucca, vicino alla teca con il corpo di Santa Zita.
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