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Il precedente articolo di Franco Gabbani sul Castello di Vecchiano e la Chiesa di Santa Maria ha riscontrato un successo di lettura senza precedenti, con oltre 1400 letture sulla Voce e 1000 utenti singoli che lo hanno raggiunto su Facebook nella pagina dell'Associazione.

Ovviamente non conosciamo le letture su altre pagine su cui è stato condiviso, ma questi dati indicano con chiarezza il gradimento nei confronti dei temi storici del territorio.

Interesse dimostrato anche da Agostino Agostini, che ci ha proposto alcuni argomenti correlati.

Non vorrei essere cavilloso, però il simbolo di Soru .....
Ma come si fa a prendere in considerazione uno come .....
. . . a non volere nella lista Soru il simbolo di Italia .....
Il 17 gennaio scorso Renzi, con una nota ANSA, ha .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Associazione ambientalista - LA CITTÀ ECOLOGICA APS
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di Umberto Mosso
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di Bruno Pollacci
Direttore dell'Accademia d'Arte di Pisa
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Primo Levi#Auschwitz #PrimoLevi #ebrei #campidiconcentramento #giornatadellamemoria
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Pisa, 29 febbraio
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Pisa, 27 febbraio
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Avane, 24 febbraio
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Pisa, 25 febbraio
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Attiesse Spettacolo
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L'amore è amore
senza se e senza ma
Raggiungerlo
è l'aspirazione
più ambita
desiderata
sentita
a cui tende
ogni creatura. . .
pur essendo .....
LA TARI è ARRIVATA E SALATA
MA IL KIT PER LA RACCOLTA NON ANCORA
SIAMO A MARZO.

COME MAI?
COSì NON VA BENE.
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… e gli altri.

19/2/2023 - 18:32


"Babbo, come mai mi chiamano Migna? A scuola tutti mi dicono: - Migna, Migna, il cane abbaia e il lupo rigna! -, alla bottega mi domandano di chi sono e, quando dico il tuo nome, fanno: - Ah, sei del Migna? -. Te lo sai perchè?"
"Domandalo al tu' nonno!"
"Te lo sai nonno?"
"É 'na storia vecchia, di tant'anni fa, quando 'un c'erino e motorini, e ginse e si girava scarzi, senza scarpe a tennisse marca Apice, casomai colli zoccoli a scarpa marca Sgroi, e se ora, quando torni tardi la sera, 'un ti sente nessuno, a mi' tempi 'un succedeva, perchè si faceva 'na 'onfusione 'ane colle sole di legno, che ti sentivino trecento metri prima, a parte 'r fatto che la sera 'un si sortiva mai.
Io avevo appena 'na diecina d'anni, ma le spalle già belle sode dai bigongini di 'arcina portati al Pardini che faceva la villa del Becagli.
Mi pagavino poo, guasi nulla, e i tre bicci li prendeva mi' pa' e allora mi dovevo arrangià per ave' un duino mio.
C’erino tanti barocciai che portavino la rena e mattoni e le pietre per le 'ase in costruzione e 'avalli avevin fame perchè la vena finiva subito e la biada portava via posto nel caro e nella musarola ce ne stava poa.
Allora io 'ndavo su' bordi de’ ‘ampi, sulle prode e macigliavo tutta 'na striscia d'una fossa, facevo 'na 'arrettata di ceppe di barbe di gremigna... A proposito, lo sai val'è quella pianta che dice: ogni no do un sì?"
"Come si fa nonno? É un acchiapparello?"
"No nini, è la gremigna, perchè ogni no do un sì, vuol dire ogni nodo un sì, nel senso di siurezza di fa' radici per attacca', ma continuamo. Ti dicevo delle barbe.
Andavo ar Serchio colla 'arretta, sciacquavo bene bene la gremigna, la facevo asciugà un po' alla meglio e facevo de' mazzettini che vendevo a' barocciai.
I cavalli erano ghiotti di quel mangià che durava tanto e prendeva poo posto, così, scava in ogni buo, lava e lega, sciacqua e vendi, tutti presero a chiamammi Gremigna e poi, per fa' prima, solo Migna.
E come succede per l'omini, capita anco per e paesi. Te lo sai perchè Pisa si chiama Pisa?"
 "Sì nonno, perchè si dice fondata da Piso, re dei Pisei, un popolo greco vissuto centinaia di anni prima di Cristo. Ricordava loro la città natale che era posta, al pari della nuova, su un fiume chiamato Alfeo, nome che è rimasto nel ricordo, tanto da fare chiamare Pisa -la città alfea-."
"Boia dè, come siei 'struito! Ma voi scommette' che 'un sai perchè Vecchiano, Nodia e Avane si chiamino 'osì?"
"Hai ragione nonno, non ce lo hanno mai detto perchè non sono mai stati fatti studi sui nostri paesi."
"Allora miettiti a sedé e ascorta.
Tanti anni prima che Romolo e Remolo letiassero per un rigo fatto 'n terra cor ditone e dassero così 'r via alla moda che se uno fa un segno 'n terra e dice a quell'artro di 'un attrabaccallo sennò chiappa du' muglioni e allora va attraversato per forza perchè si fa la parte de' coomeri se ni si da retta e per una ripicca si va a finì che ci si briscola bene bene, allora fu peggio, perchè Romolo ni diede 'na zappata ar su' fratello, come fece il tu' zio Togno quando rincarzava le bietole e vide un gonfio 'n terra e disse a quello che credeva 'na bodda, che era l'urtima vorta che ni faceva veni' l'aonco, perchè lui le bodde 'un le poteva vedé.
Prese 'n pieno 'r dito grosso del piede, ma 'r sangue che schizzava 'un fece effetto a nissuno di velli che erano accorsi a' moccoli, perchè da rosso doventava subito nero, mescolandosi alla terra e se 'un si vede rosso 'un fa nulla, e la terra colla pezzola tutta sudata che era ar collo, un po' di sputo, una foglia di gìalo, fenno meglio del dottore.
Romolo, invece che ner dito, lo prese 'n capo, e poi successe che doventonno sette, e comincionno a di' le messe con un fottìo di ddii che doveva esse' un piacé morì' per andà con loro.
Marte stava sempre a letìà, ma 'n fondo 'n fondo era bono, Venere era bona 'n cima e 'n fondo, Giove rincoreva tutte le donne, delle sue e delle nostre, pur di sfranellà, Bacco era sempre briao, Mercurio, 'olla scusa di guarì, gioava a' dottori con le ninfe, infatti, quelle di lago, quelle belle bianche che stanno a galla ne' calatini, si chiamonno da allora parapotte, Nettuno andò 'n mare pe' sta' colle bimbe tutte gnude e tutti bevevino, gioavino, ruzzavino e ni toccò anche a Rea Sirvia d'esse' zifonata da un dio, ma tutti stiettero zitti, perchè c'erin di mezzo e capoccioni e siccome tutti velli che stavino in alto, a Monte Olimpio, potevin fa' come ni pareva, ora alla 'ambera son tornati di 'asa a Monte Citorio.
I romani erino gente ganza, che vedeva più 'n là de' su' tempi e infatti loro si presero tutti gli dei toghi, goderecci e belli e ne fecin du ignoranti e brutti che misero allo stretto di Messina.
Dissero: - Se 'un si ferma 'olle bone e siciliani, provamo 'olle 'attive, sennò venghin più 'nsù loro, e 'un ci si sarva più. Artro che Sabrine ci freghino, ci portin via anco le rote alle bighe!
E così la Scilla e Turiddo ebbero 'r compito di tenè' di là dal mare un popolo arquanto birbante, ma poi vennero e preti a rompe' e 'oglioni dicendo che semo tutti fratelli, che 'un era vero gnente de' mostri, c'era un solo ddio, e allora: TUTTI VI'!
I romani 'ndavino, venivino, 'ompravino, rubbavino e lasciavino figlioli in dugni logo. Arrivonno a Pisa, dissero che era sua; andonno verso Firenze, perinquà 'un ci potevino 'nda' perchè c'era 'r mare e 'r padule, e uno che si chiamava Ascus mise su un podere, che i latini chiamavano ianus, e nacque Asc-iano.
Un artro che si chiamava Putius, era su’ ‘ugino, mise su casa a Puti-gnano, Ortius a Orzi-gnano, Visus a Visi-gnano: erin tutti parenti e arrivonno a' monti di San Giuliano.
C'era uno che si chiamava Bermus, e quando tentò di piantà le viti in un pezzetto di terra sotto monte e pensò di chiamà' casa sua Ber­mi-ano, tutti credettero che si riferisse a quello della su' moglie, che era un po' culacchiona, e allora letiò con tutti e traversò sopra 'r foro, scollettando verso Lucca.
'rivato di là, c'era già gente che veniva da Genova, dovevino esse' parenti di velli che la domenia venghin da tu' ma' a danni e giornalini, dissero che erino arrivati prima loro e letionno di brutto e si dissero che 'un s'eran mai potuti vede' e anco Dante lo scrisse e ci credettero tutti.
Quelli che erano di qua dar monte comincionno a stacci stretti, perchè e figlioli volevino anco loro fonda' quarcosa, fondavin tutti e, lungo ripa come ' barbi a' Panconi o le cee a Bocca di Serchio, andonno verso Tramontana.
"Nonno, mi avevi promesso di parlarmi di Nodica e di Vecchiano!"
"Aspetta! 'r mondo è grosso. Io in ottant'anni 'un sono mai ito neanco a Metato di là dal Serchio e avevo la biciretta, e voi te che e romani a piedi 'un ci mettessero un ber po' per arrivà da San Giuliano a qui?
Infatti, cammina cammina, aspettando che nascesse 'r grano, che si chiamava farro e 'un costava tanto come ora e lo facevin tutti,
dinnine a' lucchesi, aspettando le pannocchie der grano turco che lo chiamavin così come noi ora si dice ameriano quando la robba vien di fori, pescando du' pesci dove ora fanno la sagra della fragola, arrivonno qui, a' bordi del padule e chi ci trovonno?"
"Nessuno nonno, ora capisco. Qualcuno che si chiamava Vetus, Veius, Venus o simili, avrà fondato Vecchiano. Ora è tutto chiaro, ma Nodica?"
"No chiorbone! 'Un è così! Loro ci trovonno Vecchiano e anco Nodia. Quand'ero bimbetto la sera s'andava dar prete, ora 'un ciandrei nemmeno morto, ma prima era festa andà a sentì le storie, le novelle, la Bibbia, la Divina 'ommedia, e come si stava attenti e si tornava zitti zitti a casa senza chiede neanche un rosicchio di pane a mi' pa', ripensando ar conte 'golino che rosiava la ceppa a' su' bimbetti.
E così ci raccontavino anco di un popolo più vecchio di Roma, che aveva 'mpestato tutta la Toscana, che moriva volentieri e che dava spago anco alle donne e per questo fininno male.
Era gente strana: scrivevino alla viceriscontraria e poo, avevano inventato una mota nera che facevin delle 'onche dure come 'r muro, attrabaccavano 'r mare per andà a fa' legna e fero come e cenciai, fondevin tutto e vendevin la robba all'estero passando didivà, ma più dalle parti di Firenze 'ndove l'Arno è mezzo secco come 'r Serchio a' Panconi.
Avevin fatto 'na via per andà' da casa sua fino 'n Germania, che ancora 'un era Germania, per vende rote e spade di fero, ora che ci ripenso, 'un mi garbin più le Truschi perchè devon esse' stati loro a abituà all'armi que' mangiapatate.
Poi riportavino in Italia, che ancora Italia non era, argento e rame e oro e tutte velle nove 'onoscenze che ni poteva entrà' nella ciottolina der ceppione, che di vello ce n'avevin tanto.
Ti siei mai 'hiesto come mai quando si parla di morte o di disgrazie, che è quasi listesso, si fa le 'orna? Tutto per la loro mania d'esse' contenti di mori'!
Tutti volevin fassi le 'asse da morto di mattone cor coperchio tutto riamato e stavin tutti 'n posa pe' venì bellini e contenti e stravorti e tenevin le gomita appoggiate 'n tera co' la manina scoperta dalla tonaa colle dita di mezzo ripiegate 'ndietro, io dio pe' l'artrite.
Fatto sta che quando cambiò di moda di morì, guarda 'aso quando la nova religione disse che didilà si stava meglio che didivà, a tutti ni rivenne 'n mente vella strana gente e quel modo di tenè le dita venne preso come scongiuro pe' reagì allo stato di velle statue.
Taglia e brucia, fondi e vendi, leva e 'un metti, 'un c'è mucchio che 'un cali e fenno tumia de' boschi di Populonia e dell'Isola d'Elba e siccome facevin come Braalone che quando lavora le patate fa le 'assette piene di velle piccine 'n fondo e velle grosse 'n cima, così lorolà, colla 'ngordigia di vende' più fero di vello che fondevino, facevin le spedizioni con certi popo' di malloppi di carbone che sembrava di fa' e regali di Befana a' bimbi 'attivi.
I crucchi che erin tutti come Padre Nottolen, dopo ave' fatto, come 'r nostro, d'un trave una trottolen, s'inbervirono e i tedeschi si mettenno a cercà fero pe' conto loro e, ruffula ruffula, trovonno robba 'n dugni logo e comincionno a lavorà pe' conto loro, fregandoci anco ver mestiere, come e francesi cor vino e li spagnoli 'oll'olio.
Noi si 'omincia sempre bene, l'idee en' tante e poi, come la gallina 'ngorda, ci si fa scoppià 'r gozzo, o come 'r cane che pe' chiappà più di du' ossi, li perse tutti.
'nsomma, ti dicevo che le 'ose un andavino più tanto bene verso Piombino e allora pensonno d'anticipà e napoletani, cambià casa, e di venì a norde.
Ora però fattela di' da tu' ma’, che la sa meglio di me!"
 "Dai mamma, racconta!"
"L'ho sentita così tante volte dal tuo nonno e dal mio, che mi sembra di saperla a memoria. Allora, intanto finisci la minestra e ascolta."
 
 
"Letta camminava dietro il carro dei buoi bianchi con la manina in quella della nonna.
Camminava già da giorni, con parenti ed amici, in una lunga fila che era partita dalle paludi dell'Etruria per andare a nord, in cerca di terre fertili e prative e boschi ricchi di selvaggina.
Mangiavano castagne che i cercatori avevano trovato molto a est, focacce di grano cotte sulle pietre arroventate sui fuochi che la notte venivano sempre accesi e qualche agnello che le pecore avevano partorito prima di partire; i buoi erano troppo utili per essere sacrificati.
Dopo settimane di viaggio avventuroso, difficile ed incerto, la carovana arrivò davanti a un grosso fiume che scorreva in una bellissima pianura ricca di prati.
In lontananza una catena di colline verdi di boschi si tuffava, a sinistra, in un golfo di mare che ricordava loro l'amata Populonia.
Con un paio di giorni in più, spesi per la ricerca di un guado per i carri ed il bestiame, gli etruschi arrivarono alle montagne.
 Le dolci pendenze, un limpido fiume, la campagna fertile, i fitti boschi, incantarono i nuovi coloni che vollero subito salire, anche se stanchissimi, sulla cima più alta per ammirare la nuova terra.
Il viaggio aveva però sfinito gli uomini ed in particolare i bambini e i vecchi.
La prima persona che lasciò questo nuovo mondo per la vecchia aldilà, fu la nonna di Letta.
La bambina, a differenza dei grandi, abituati alla morte, non accettò di separarsi dalla defunta e la disperazione e il dolore della perdita lasciarono in lei un indelebile segno.
L'anziana donna non poteva avere una sepoltura nei luoghi sacri della atavica terra e fu cercato un riparo che facesse da tomba.
Le pietre del luogo non si scalfivano come il tufo dei lontani nativi monti, terra per costruire tumuli non se ne trovava e fu utilizzata per lo scopo una delle numerose grotte che si trovavano sulle pendici della collina.
Dopo la cerimonia, il gruppo salì ancora più in là, verso nord, e il superbo spettacolo che si presentò loro confermò ancor di più che quella era la terra promessa.
Lontanissime, irraggiungibili, c'erano montagne alte come il cielo, con le cime tinte inspiegabilmente di bianco, dovevano essere per forza le dimore degli dei.
Una grande vallata verde si stendeva sotto di loro e fra le cime di monti che la chiudevano a sinistra, si intravedeva il blu del mare, mentre il fiume, che avevano visto prima di salire, si perdeva in lontananza come se nascesse da quei monti divini e si snodava serpeggiando e gorgogliando.
La decisione fu presa all'unanimità e fu subito cominciata la costruzione delle prime case, ai piedi di quel monte che aveva loro donato per primo la vista della nuova patria.
Gli anni correvano, i figli di Letta, che raccontava sempre a tutti dell'antico viaggio e della nonna sepolta sui monti alle loro spalle, chiamarono il paese Figliletta, nome che è arrivato fino a noi cambiato in FILETTOLE.
L'allora bimba, rimasta ormai unica sopravvissuta dell'antica gente, aveva cominciato a proporre già da tempo di ritornare di là dal monte e fondare una nuova città in onore della nonna con la quale, diceva, parlava ogni volta che andava sulla collina.
Nessuno pensava che Letta fosse una visionaria e il luogo della sepoltura divenne allora un luogo misterioso e sacro e la cavità, con le ossa della vecchia, venne chiamata "Buca delle Fate".
Si volle dunque costruire il paese sulla direzione dalla quale erano provenuti i capostipiti della loro gente, ma Letta era ormai alla fine.
Erano passati quasi cento anni, i suoi ricordi erano vivi per la gente, ma nebulosi per l'orientamento.
L'avere salito il monte, tirata per mano dal padre, rivolta indietro per vedere il panorama che si allargava ad ogni passo ai suoi occhi (era la prima volta che saliva tanto in alto) e averlo ridisceso sempre con la testa rivolta indietro per non lasciare, almeno con gli occhi, la nonna sepolta, le avevano stravolto la posizione delle cose, quello che sembrava destro era sinistro e viceversa.
Molte delle figlie e delle nipoti si erano nel frattempo unite in matrimonio con soldati romani che avevano incontrato nella pianura, mandati dall'imperatore a pattugliare i confini dell'impero ed a contrastare il pericolo delle invasioni dei Liguri.
L'antica lingua etrusca, senza scritti e senza regole, si stava esaurendo con i vecchi, come un dialetto; il latino prendeva il sopravvento e così, oltre al luogo da scegliere per la fondazione, c'era anche il problema del nome da dare alla nuova città.
Si fecero discussioni, persino delle lotte, si divisero le famiglie e le parentele e fu così deciso di costruire due paesi.
I più anziani scelsero la parte a mare, loro più familiare, gli altri l'ansa che il fiume faceva per entrare dalla pianura nella valle.
La prima città fu chiamata Nocna, nome etrusco di nonna e l'altra Ava, nome latino.
Passarono ancora degli anni, tanti non si ricordavano neanche più di Letta, ma l'orgoglio di essere nella città prescelta divideva ancora gli uomini, fintantoché i locumoni e i senatores decisero di fondare una terza città.
Al posto di Ava, ora tramutata in AVANE, e di Nocna, divenuta NODICA, nacque così un paese che doveva non sostituire, ma unire gli altri due.
Il nome prescelto fu quello che avevano in comune gli altri due, lo stato in cui si trovava la persona che aveva dato loro l'origine: l'età o meglio la vecchiaia.
Allora non si ebbero discussioni per chiamare il nuovo paese dominante e in posizione centrale: Vecchia, passato poi in VECCHIANO."
 
"Lo posso raccontare a scuola?"
"Prova. Caso mai la colpa dalla a tuo nonno e dì che è rincitrullito!"
 
n.d.a
‘un mi date retta! È tutta ’na burletta!

Fonte: le foto di u.m. (fatte dall'aereo ) sono le frazioni del comune in ordine alfabetico: Avane, Filettole, Migliarino, Nodica e Vecchiano.
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