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Proseguendo la serie di articoli sulle vicende ( e leggende) del territorio, Agostino Agostini ci regala il resoconto immaginifico del serpente-alato, che abitava il castello dei Pagano da Vecchiano. Fu ucciso - secondo la leggenda - da Nino Orlandi nel 1109 nella selva palatina di Migliarino (oggi tenuta Salviati). Imbalsamato fu posto nel Duomo di Pisa ma ando' perduto nell'incendio del 1595. Una ulteriore riprova della grande ricchezza storica del nostro territorio.
Ammetto l'errore, ho solo visto il simbolo di presentazione, .....
. . . . Buonafede Alfonso, candidato sindaco di Firenze, .....
Cosa ci dicono le votazioni in Sardegna?

Calenda .....
Più che sembrare cavilloso mi sembri "mistificante" .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Associazione ambientalista - LA CITTÀ ECOLOGICA APS
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di Umberto Mosso
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di Bruno Pollacci
Direttore dell'Accademia d'Arte di Pisa
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Primo Levi#Auschwitz #PrimoLevi #ebrei #campidiconcentramento #giornatadellamemoria
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Eccolo
Come una furia scatenata
è arrivato il vento
a riportare tormento
alle marine
Prima con le piogge
che hanno colpito
la montagna
con smottanento
frane .....
LA TARI è ARRIVATA E SALATA
MA IL KIT PER LA RACCOLTA NON ANCORA
SIAMO A MARZO.

COME MAI?
COSì NON VA BENE.
POETESSE DEL’900. PER NON DIMENTICARE 5° incontro

10/3/2023 - 7:03



Il primo ciclo della rassegna di POESIA DIFFUSA  termina con il 5° incontro, dedicato a tre grandi poetesse del ‘900,  a buon diritto oggi riconosciute ed affermate: Antonia Pozzi (1912-1938), Amelia Rosselli (1930-1996) e Alda Merini (1931-2009), delle quali non è facile sintetizzare le vicende umane e letterarie, data la qualità e l’intensità delle stesse.


 ALDA MERINI  gode già da tempo di una popolarità insolita nel mondo della poesia per la sua vita trascorsa in parte in manicomio,  per la sua esposizione mediatica, per la sua esuberanza e positività, fattori che hanno contribuito a farne un “personaggio” pubblico e a  partecipare fino a tarda età a spettacoli e talk show, collaborando con registi, cantanti, musicisti e attori. Molto meno sono conosciuti i suoi versi, ad esclusione di un numero esiguo di poesie  che sono state veicolate come immagine emblematica della sua poesia (Sono nata il ventuno a primavera/ma non sapevo che nascere folle/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta...).  Fu scoperta giovanissima dal  critico letterario e poeta Giacinto Spagnoletti che la inserì nel 1950 nell’Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949 e iniziò a conoscere alcuni dei più importanti poeti e scrittori dell’epoca, come Salvatore Quasimodo e Giorgio Manganelli, con cui ebbe una intensa storia d’amore.  Nel 1953 si sposò con Ettore Carniti, operaio e poi  proprietario di alcune panetterie milanesi da cui avrà quattro figlie. Pubblicò negli anni seguenti varie raccolte di poesie e un suo lavoro in prosa, La pazza della porta accanto, suscitando anche l’interesse di Pasolini che si dichiarò disarmato dinanzi a tale precocità poetica .Dal 1962 iniziò un periodo di circa dieci anni con fasi alterne di ricoveri per malattia mentale, probabilmente  un disturbo bipolare, e  momenti di salute in cui rientrava in famiglia . Alla fine degli anni Settanta, l’esperienza dell’ospedale psichiatrico si riversò nella raccolta di poesie La Terra Santa, considerata in seguito da molti critici e studiosi come il più importante lavoro letterario di Alda Merini. Accolto inizialmente con scetticismo dai principali editori,  fu pubblicato solo nel 1984. In esso, attraverso un immaginario biblico ( Sinai, Gerico, il Giordano,  la Palestina)  si esprimono momenti di  misteriosa felicità  posseduta dai malati di mente nonostante le violenze e le umiliazioni subite. Dopo la morte del marito, negli anni Ottanta,  Alda Merini si trasferì a Taranto dove si sposò con il medico e poeta Michele Pierri ma nel 1986, dopo un nuovo ricovero, ritorna a Milano, riprendendo a scrivere con maggiore continuità pubblicando, tra gli altri, l’opera in prosa L’altra verità. Diario di una diversa. Tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta  la produzione di poesie e scritti fu particolarmente intensa, e  nel 1992 ottenne uno dei più importanti riconoscimenti in Italia, il Premio Librex Montale per la Poesia. Dalla fine degli anni Novanta, Alda Merini,  ormai personaggio popolare,  produsse centinaia di “minitesti”, aforismi di vario tipo che miravano alla brevità per trasmettere un suo pensiero e una sensazione. A causa delle sue precarie condizioni economiche e dei  problemi di salute riceveva molti  messaggi di solidarietà da scrittori, poeti e da semplici appassionati.  Morì il primo novembre 2009, per tumore osseo. Vicino all’ingresso della sua casa sui Navigli dal 2010 c’è una targa che la ricorda: “Ad Alda Merini, nell’intimità dei misteri del mondo”. La sua poesia affronta sia il tema profano che quello religioso, in una opposizione costante  tra materialità e spiritualità. ”Il Gobbo” è una delle sue prime liriche  e contiene già in nuce le due polarità in cui si dibatte, “le due sponde  che non si risolvono”: nonostante la consapevolezza del dolore esistenziale, la fiducia nel futuro e nel potere taumaturgico della parola  non viene meno. Il gobbo infatti è il simbolo di una “promessa”, la  spensieratezza con cui Alda vorrebbe affrontare la vita; infatti, dopo averla  caricata metaforicamente sulle sue spalle,  traghetta la poetessa verso un nuovo giorno.  E forse sono state  proprio questa  positività e speranza  che le hanno permesso di sopravvivere fisicamente e spiritualmente all’esperienza devastante dell’internamento  perchè  “il manicomio è come la rena del mare, se entra nelle valve di un’ostrica genera perle”.


Il gobbo
Dalla solita sponda del mattino io mi guadagno palmo a palmo il giorno: il giorno dalle acque così grigie, dall’espressione assente.


Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono, insoluta io stessa per la vita … e nessuno m’aiuta.


Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una stana profezia.


E perché vada incontro alla promessa lui mi traghetta sulle proprie spalle.
*
AMELIA ROSSELLI nasce il 28 Marzo 1930 a Parigi, dove il padre  si era rifugiato, ma rimase presto orfana perchè Carlo Rosselli e il fratello Nello, teorici del socialismo liberale, furono assassinati nel 1937 dalle milizie francesi su mandato di Mussolini e Ciano. Si definisce figlia della guerra, perché, con la madre, i fratelli e la nonna paterna fugge dalla Francia invasa dai nazisti. Sarà il primo di molti trasferimenti della poetessa. In una  intervista del 1990 dichiara: “Non sono apolide. Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito… dal confino a Lipari a cui era stato condannato per aver fatto scappare Turati… mio padre fu poi ucciso con suo fratello… Aver imparato l’inglese, quindi, oltre al francese, è dovuto alla guerra, perché allora andammo in Inghilterra e da lì fuggimmo poi via Canada per gli Stati Uniti…La definizione di cosmopolita  risale ad un saggio di Pasolini che accompagnava le mie prime pubblicazioni… Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati.”.   Prima si stabiliscono in Svizzera, poi negli Stati Uniti  e in Inghilterra, paese d’origine della madre, dove completerà  la sua formazione sempre un po’ irregolare.  In Italia, si stabilisce  nel 1946, ma, pur avendo studiato letteratura, filosofia, musica,  non le vengono riconosciuti i titoli americani. Nel 1949 subisce un  nuovo trauma con la perdita della madre, malata da tempo di cuore. Inizia a lavorare come traduttrice dall’inglese ed a frequentare l’ambiente letterario romano, dove incontra  Carlo Levi e Rocco Scotellaro; si avvicina alle avanguardie del Gruppo 63 pur senza riconoscersi nella loro poetica. Negli anni 60 si iscrive al PCI e i suoi versi, che iniziano a uscire sulle riviste, attirano l’attenzione di autori affermati; nel 1963 Pasolini scriverà una  introduzione alle sue prime poesie sul Menabò diretto da Vittorini e Calvino. Seguono altre pubblicazioni: Variazioni belliche,  Serie Ospedaliera,  Documento. Scrive anche recensioni letterarie su giornali come L’Unità e Paese Sera e nel 1981 pubblica il poema Impromptu, che è accolto tiepidamente dalla critica. La poesia di Amelia Rosselli viene  definita oscura, enigmatica e sibillina,  probabilmente per la  complessità delle questioni affrontate, tra cui l’attenzione per la  struttura dodecafonica che verrà descritta nel saggio Spazi metrici.  Per lei poesia e musica erano intimamente intrecciate, il suono assurge ad un’importanza fondamentale , tanto che le  sue poesie sembrano nate per essere declamate, anzichè lette. Amelia manomette la lingua, è un italiano che slitta e deraglia, include giochi linguistici e  lapsus. In parte ciò può essere  dovuto dalla conoscenza di ben tre lingue: il francese, la lingua dell’infanzia, l’inglese, quella della madre, e l’italiano. Ma la sua è una lingua che rispecchia la realtà frammentata della poetessa, ed il suo tentativo  di ricomporla. Amelia  era ossessionata dall’idea di essere perseguitata dai servizi segreti  e si rifiutava di riconoscere il suo disturbo mentale come schizofrenia,  preferendo parlare di morbo di Parkinson. E’ stata  una donna segnata dalla sofferenza e per dire il suo dolore ha inventato una lingua nuova. Privilegiava comunque  l’esigenza di comunicazione con il pubblico, prendendo infine le distanze dai  salotti letterari borghesi


Il borghese non sono io

che tralappio d’un giorno all’ altro coprendomi d’un sudore

tutto concimato, deciso, coinciso da me, non altri, – o se soltanto
d’altri sono il clown faunesco allora ingiungo all’alt,

quella terribile sera che non vi fu epidemia

ma soltanto un resto delle mie ossa che

si rifiutavano di seccarsi al sole.
 
 L’11 febbraio 1996 si getta da una finestra del suo appartamento a Roma in via del Corallo . Nei suoi versi  afferma “Io sono una che sperimenta nella vita”, ed ancora “Io rimo per un altro secolo”. E noi ora finalmente possiamo  ascoltarla.   
*
ANTONIA POZZI  era una ragazza milanese proveniente da una famiglia benestante. Figlia di un  importante avvocato e di una contessa, Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente, frequenta il liceo Manzoni  di Milano, dove si innamora  di un suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, ma questo legame, fortemente osteggiato dalla famiglia, verrà definitivamente interrotto nel 1933. Nel 1930 si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Milano, al  corso di laurea in  filologia moderna, dove  frequenta coetanei quali  Vittorio Sereni, Luciano Anceschi, Dino Formaggio ed Enzo Paci: si laurea nel 1935 con il professor Antonio Banfi con una tesi su Gustave Flaubert. Donna colta,  amante della fotografia  e della montagna, studia le lingue, viaggia in diversi Paesi europei e ama le lunghe passeggiate in bicicletta intorno alla villa di famiglia a Pasturo, in provincia di Lecco, ai piedi delle Grigne, luogo che ama più di ogni altro e di cui si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie. “Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili”(cit. Maria Corti).  Prigioniera di un ambiente altoborghese che non comprendeva la sua sensibilità, Antonia coltiva sofferenze intime che si associano presto al turbolento clima politico dell’epoca. Dopo l’emanazione delle leggi razziali nel 1938, che colpiscono direttamente alcuni suoi cari amici, Antonia scrive a Sereni: “Forse l’età delle parole è finita per sempre”. E’ la fine di un’epoca che s’intreccia con la sua storia personale, non ultimo il non sentirsi apprezzata dall’ambiente letterario milanese  che giudicava il suo desiderio di esprimersi, la  passione ed il tormento nella sua poesia,  come una sorta di disordine emotivo. “ E’ terribile essere donna”, scrisse all’amato professore Cervi. In un suo verso afferma: “vivo della poesia come le vene vivono del sangue”,  esprimendo nelle parole l’autenticità dell'esistenza che le era negata . Il  suo dramma esistenziale si interrompe a soli ventisei anni con il suicidio il 3 dicembre 1938, mediante ingestione di barbiturici,  presso l’abbazia di Chiaravalle. Nel suo biglietto di addio ai genitori parlò di “disperazione mortale”; la famiglia negò il suicidio attribuendo la morte a polmonite. Il suo  testamento  fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite. È sepolta nel piccolo cimitero di  Pasturo, dove si trova anche l’archivio Pozzi delle sue memorie. Da alcuni decenni sono pubblicati molti libri con sue poesie, interventi in occasione di studi e convegni, film e documentari. L’edizione Garzanti per la collana Poesia ha pubblicato il libro di poesie  Parole di Antonia Pozzi, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino.


 Guardami: sono nuda.

Dall'inquieto Languore della mia capigliatura Alla tensione snella del mio piede, io sono tutta una magrezza acerba inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia. Si direbbe che il sangue non vi scorra. Rosso non ne traspare. Solo un languido Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto. Vedi come incavato ho il ventre. Incerta È la curva dei fianchi, ma i ginocchi E le caviglie e tutte le giunture, ho scarne e salde come un puro sangue. Oggi, m'inarco nuda, nel nitore Del bagno bianco e m'inarcherò nuda domani sopra un letto, se qualcuno mi prenderà. E un giorno nuda, sola, stesa supina sotto troppa terra, starò, quando la morte avrà chiamato.
*
Spero, a conclusione di questa rassegna,  di aver stimolato l’interesse o almeno la curiosità  delle lettrici di questa rubrica.  Se a soltanto qualcuna  di Voi sono piaciuti i versi di Fernanda Romagnoli o Cristina Campo o Claudia Ruggeri o altra tra le 15 poetesse del ‘900 da non dimenticare, ma  anche se la poesia di alcune di loro  non è arrivata,  perché ritenuta difficile o astrusa o urticante,  io credo che l’obiettivo di Poesia Diffusa possa ritenersi raggiunto solo dal fatto che i nomi di queste poetesse siano  ricordate. Grazie a tutte.  
(I precedenti  incontri  sono stati pubblicati il 21/12/22, il 30/1/2022, il 17/1/ 2023 e il 15 febbraio 2023) 
 
Nadia Chiaverini

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10/3/2023 - 9:32

AUTORE:
Nadia Chiaverini

Il 17 marzo a Pisa alle Officine Garibaldi ore 17 ci sarà l’ultimo incontro di questa rassegna, dedicato appunto ad ALDA MERINI , AMELIA ROSSELLI E ANTONIA POzzi . Chi e’ interessato può intervenire . Ringrazio La Voce del Serchio e Spazio Donna per l’opportunità di diffondere la poesia di queste 15 poetesse del 900 DA NON DIMENTICARE .

10/3/2023 - 9:06

AUTORE:
Vera

Alda riesce a commuovere anche le pietre per la sua consapevole predispisizione ad affondare e poi riemergere
Sicuramente un animo patetico e sofferente con sprizzi di gioia e godimento...tuttavia mi capitò di ascoltare un'intervista alle figlie che hanno subito un trauma continuo e soffrono ancora della mancanza di una mamma presente vigile attenta ai loro bisogni di crescita e di amore costante, di cure e premure che sono loro sempre mancate.