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In questo nuovo articolo di Franco Gabbani viene trattato un argomento basilare per la società dell'epoca, la crescita culturale della popolazione e dei lavoratori, destinati nella stragrande maggioranza ad un completo analfabetismo, e, anzi, il progresso culturale, peraltro ancora a livelli infinitesimali, era totalmente avversato dalle classi governanti e abbienti, per le quali la popolazione delle campagne era destinata esclusivamente ai lavori agricoli, ed inoltre la cultura era vista come strumento rivoluzionario. 

. . . altrimenti in Italia tutto il potere centrale .....
Sei fuori tema. Ma sappiamo per chi parli. . .
. . . non so se sono in tema; ma però partito vuol .....
Quelle sono opinioni contrastanti, il sale della democrazia, .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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REDAZIONE - de Il Foglio
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di Umberto Mosso
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di Antonio Mazzeo
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di Andrea Paganelli
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PRESENTAZIONE DI Antonio Giuseppe Campo (per studenti e lavoratori fuori sede)
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Nei tuoi occhi languidi
profondi, lucenti
piccolo mio
inestimabile tesoro
vedo il futuro
il tuo
il presente
quello del tuo babbo
il passato
quello .....
Nel paese di Pontasserchio la circolazione è definita "centro abitato", quindi ci sono i 50km/ h max

Da dopo la Conad ci sono ancora i 50km/ h fino .....
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LUIGI DEL GRATTA
di Stefano Benedetti e Sandro Petri

27/8/2023 - 11:10


Ritorna, dopo la pausa estiva, la serie di articoli sui personaggi che hanno caratterizzato lo scorrere di tre secoli nell'ambito pontessarchiese.
Questa volta la ricerca di Stefano Benedetti riguarda una sorta di cronaca nera, uno spaccato di vita vissuta che viene inserito nel quadro generale dell'epoca e della realtà sociale e politica.
Un personaggio, Luigi Del Gratta, di cui ci siamo già occupati qualche mese fa, descrivendo la morte di Antonio Pellegrini. La visuale ora non è della vittima, ma del suo omicida. Una sorta di proiezione di un delitto da differenti angolature.
Ma ciò che interessa è l'analisi puntuale e approfondita del contesto in cui tutto ciò è avvenuta, con una chiara immagine del difficilissimo contesto in cui si svolgeva la vita quotidiana


Sandro Petri  
 
ATTRAVERSO IL TEMPO (capitolo decimo)
LUIGI DEL GRATTA
di Stefano Benedetti
(tempo di lettura 12 minuti)
 
Nascere da una famiglia di umili braccianti nella Pontasserchio del 1828, non era certo cosa facile.
Non che Pontasserchio fosse diversa da qualsiasi altro paese della Toscana, infatti la situazione del tempo nel Granducato dal punto di vista sociale e per le classi meno abbienti o nullatenenti riservava loro per certo una prospettiva di sicura per non dire tragica povertà.

Nonostante i grossi passi avanti fatti un paio di generazioni prima in Epoca Leopoldina, dove il Sovrano certamente illuminato Pietro Leopoldo I da una sferzata notevole al passato introducendo riforme epocali molte delle quali forti dal punto di vista pratico, quali bonifiche, costruzione di nuove strade rafforzamento dei porti, riassetto doganale, nuova politica agricola, incentivo alla nascita dell’industria manifatturiera (che comunque arriverà da noi con un secolo di ritardo rispetto alle grandi nazione europee) e nonostante l’intermezzo napoleonico (meglio sarebbe però definirlo uragano) che dal ‘99 al “ritorno all’antico” del Congresso di Vienna del 1815, porterà, nel bene e nel male, una visione diversa del mondo, delle sue ormai datate idee e delle sue strutture politiche e sociali; nonostante questo appunto, sembra che la condizione sociale dei più poveri rimanga tragicamente immutata.


Il Granducato di Toscana sembra restare in bilico tra il diventare realmente uno Stato moderno e il conservare la sua secolare impostazione basata quasi interamente su un dominio della “ricchezza” assolutamente in mano alla classi più alte ed in particolar modo alla potente nobiltà agraria, sempre risultata indenne da qualsiasi politica centrale di redistribuzione che avesse voluto porre una qualunque imposizione fiscale in termini catastali o fondiari.
Il nostro Stato, governato dai Lorena che proprio toscani non erano, è un bell’oggetto statale, visto da fuori.
E’ il primo stato al mondo ad abolire per legge la pena di morte (anche se nel vantarlo, spesso si omette il dire che fu anche il primo stato al mondo, per legge, a ripristinarla dopo averla abolita), il suo territorio inizia tra i primi a conoscere l’avvento della modernità portata dal treno, nascono le prime industrie grandi e piccole che incuberanno la futura classe operaia ma il suo punto dolente rimane l’intervento in termini di pura struttura sociale rivolta al 90% della popolazione, i poveri e gli abbietti.
Impianto scolastico ancora da costruire, sistema sanitario inesistente per queste classi, orfanotrofi traboccanti di figli abbandonati, mortalità infantile da terzo mondo, divieto di accesso per le classi più povere all’ambito politico e dirigenziale (neanche il diritto di voto hanno), situazione femminile inclassificabile, con il sacrificio sociale della donna in quanto parte più debole della società e contemporaneamente madre di numerosi figli (di cui un quarto già deceduti prima dei dodici anni) e chi più ne ha più ne metta.


Luigi del Gratta nasce nel 1828 a Pontasserchio in questo contesto ma con una particolarità in più da tenere in considerazione. Negli anni della sua gioventù inizia a passare attraverso il sangue della popolazione un germe nuovo: l’impegno politico e sociale, ovvero la visione comune di quella prospettiva fino ad ora assente, che porterà verso i Moti del 1848 fino ai grandi profondi stravolgimenti (sempre nel bene e nel male) della seconda metà del secolo ‘800.
Lo Stato granducale, che all’inizio terrà un atteggiamento blando e possibilista verso la rivendicazione di diritti, verso la possibilità di riunirsi in ambito sindacale e politico, dopo il fallimento dei tumulti del 48, su pressione delle grandi nazioni europee, sue referenti politiche e dietro la “consueta” pressione reazionaria della “proprietà agraria”, farà un voltafaccia, ambiguo quanto inaspettato a molta parte della popolazione e di fatto ritornerà dal punto di vista dei diritti politici e sociali, indietro di venti anni.
Le successive Guerre d’Indipendenza e l’inesorabile avvento dello Stato Italiano nel ‘61, faranno il resto.
I Lorena se ne andranno in sordina, i poveri resteranno, ma questa volta coscienti di esserlo e di rivendicare i propri diritti.


Luigi diventa “italiano” a 33 anni, come gran parte dell'attuale Italia (manca ancora però Roma e il Veneto) e comunque rimane pontasserchiese, povero, e nel frattempo si è già anche sposato con la limitese Annunziata Cordoni di tre anni più giovane con la quale inizierà presto a far figli.
Infatti la coppia avrà tre figli maschi nati nell’ordine: Giovanni nel ‘56, Vittorio nel ‘61 e per ultimo Pietro Giovanni nel 1866, dei quali vedremo più avanti le vicissitudini.
In quegli anni, intanto, si insedia nella popolazione in maniera radicale in quel periodo una latente o vistosa avversità verso due aspetti fondamentali del potere costituito, ovvero la “ribellione” fiscale (tuttora in vita, ndr) che spingerà verso una lotta a suon di dazi e balzelli contro una continua elusione ed evasione e per altri versi, una avversità, fisica, palpabile verso l'autorità costituita, ovvero verso Carabinieri e forze dell’ordine, ree, a detta del popolo di essere i ”cani da guardia” del potere.


Duro è il lavoro di bracciante, ereditato dalla famiglia di Luigi, (nel censimento del 1841 si rileva che Luigi sia il nono di undici figli) che inizia la sua “carriera” di adulto in questo clima pontasserchiese, fatto di associazioni di lavoratori e di stampo politico che nascono come funghi e nel bel mezzo di una decine di mescite di vino tra Borgata, Vecchializia, Strada e Limiti, che sono i veri, unici luoghi di ritrovo sociale quotidiano.
Con tutta probabilità, ma non ne abbiamo certezza alcuna, il soprannome che accompagnerà Luigi per tutta la vita, lo ha preso sul campo, ovvero forse in Borgata, magari dando un bel pugno tirato bene in faccia al malcapitato di turno, per una banale lite, con qualche reciproco bicchierotto di vino rosso in più, non sapremo mai il motivo, e stendendolo all’istante sul marciapiede a mascella aperta e a faccia in giù.


Tra lo stupore e una sorta di acclamazione della folla presente, nasce “Gancio”!.
E sappiamo anche quanto i soprannomi abbiano da quel periodo in poi (fin quasi ai giorni nostri) una chiara valenza familiare e sociale.
Veniamo a questo punto al giorno fondamentale e spartiacque della sua esistenza di questo mezzo lavoratore, mezzo sfaticato, mezzo attaccabrighe, bevitore e a suo modo ribelle.
E questa storia ve l'abbiamo già raccontata in un’altra biografia ma da una diversa angolazione, ovvero quella della vittima.
Domenica 3 luglio 1881, un caldo bestiale anche se siamo al calar della sera, neanche un alito di vento, le ombre degli alberi sono ferme, immobili, come pare essere quell’epoca.
In un bar di Limiti, gestito da un certo Varé, di sicuro in un locale a piano terra in Via dei Palli, il nostro Gancio, forse giocando a carte, se la prende con un altro avventore.
Varé tenta di dividerli ma si prende una coltellata superficiale al braccio.
La visione del sangue intesa come gravità del fatto, separa i litiganti e Luigi Del Gratta, Gancio, che ha già 53 anni e ovviamente è il proprietario del coltello, viene allontanato a male parole dal locale e con con lui anche i due suoi figli maggiori, Giovanni e Vittorio ed un loro amico, tale Francesconi che era in definitiva il cognato di Vittorio stesso, in quanto questi aveva sposato da poco, in un matrimonio riparatore, la sedicenne Olimpia detta Esofa Francesconi e dalla quale, l’anno prima, il 1880, aveva avuto un bel pargolo, tale Lanciotto Cincinnato.
Sembra tutto finito, ma non è così perché la compagnia dei quattro non si scioglie ma va in cerca di altre brighe in Borgata, e qualcuno, malauguratamente, va ad avvisare i Carabinieri in caserma a Vecchiano, dell’accaduto.


Bisogna precisare a questo punto che la caserma dei Carabinieri al Ponte non c’era ancora, arriverà un paio d’anni dopo nel palazzotto dell'attuale via Mazzini, proprio in conseguenza di questa infausta giornata pontasserchiese, quando il presidio vecchianese fu considerato troppo lontano e inadeguato a sorvegliare quel coacervo di anarchici, ubriaconi, socialisti, perditempo, sindacalisti, ladruncoli (questo a detta di documenti ufficiali del Comune e della Prefettura) che era allora la nostra bella Pontasserchio.
A questo punto si muovono da Vecchiano, in due come sempre, con entrambi a tracolla un moschetto Vetterli 1870, due carabinieri: Il Brigadiere Mingal e il Carabiniere Antonio Pellegrini, in perlustrazione verso Pontasserchio a seguito della segnalazione ricevuta.
La Borgata è piena di gente, bambini per strada, gente affacciata alla finestra, mescite piene dentro e fuori, la bravata della cricca del Gancio è passata in men che non si dica di bocca in bocca e per di più sono ancora tutti e quattro lì, un pò perché ci abitavano, un pò anche per sfida e immaginiamo che fossero, da una consistente parte dei pontasserchiesi, non dico sostenuti, ma tollerati con evidente curiosità per gli sviluppi.
La sera era già calata e veder sbucare le ombre dei due militi da sotto la volta, con la bandoliera bianca trasversale luccicante alla luna sul petto, col consueto cappello (senza mantella visto la piena estate) non fu un fatto passato inosservato.
Le mamme avranno chiamato i bimbi in casa svelti, le finestre si saranno accostate, i baristi si saranno iniziati a preoccupare.


Tutti e quattro in arresto!
Sarà l'ulteriore sentenza verbale del Brigadiere dopo una lunga discussione sul fatto accaduto un paio d’ore prima a Limiti, sulle giustificazioni, sulle discolpe o sulle assunzioni di responsabilità dei nostri quattro paesani.
Ed un Sgombrate la strada! Lasciate passare! sarà stato un altro ordine in avvertimento dei due Carabinieri al pur sempre folto pubblico presente che mai si sarebbe lasciato sfuggire un tale evento.
I due carabinieri oltre a commettere un errore di presunzione sul fatto di esser solo in due per arrestare ben quattro persone (armate) e scortarle fino a Vecchiano, commisero anche un errore di sottovalutazione dello spessore “delinquenziale” degli arrestati.
E la Volta buia, primo tranello fisico, dove il buio diventa all'improvviso ancora più buio, fu fatale.
Il brigadiere Mingal fu salvato miracolosamente dal suo cinturone da una coltellata al fegato ma il Carabiniere Antonio Pellegrini, livornese di anni 27, cadde esanime a terra trafitto da una pugnalata in pieno petto.
Un dramma collettivo ci aspetta. Un fuggi fuggi generale, tutti i locali chiudono e buttano fuori chiunque fosse dentro, la Borgata si svuota in un battibaleno..
Immaginiamo i pochi, compreso il pievano Don Atanasio Pagni che andranno a soccorrere il ferito e niente purtroppo potranno fare per il morto.
Una Pontasserchio forse mai vista prima d’ora, cade nella sua notte di silenzio.


Cosa sappiamo oltre ciò: che presto arriverà la caserma dei Carabinieri al Ponte lo abbiamo già detto; del Carabiniere morto, che fu colui che uccise David Lazzaretti, il Cristo dell’Amiata pochi anni prima lo abbiamo già raccontato nella terza di queste biografie; che i quattro furono arrestati di lì a poco lo apprendiamo dai giornali dell’epoca che due giorni dopo dettero ampio risalto a un fatto così cruento come questo.
Pontasserchio non fece altro che rinsaldare la sua fama di paese in subbuglio, di paese con tante contraddizioni dentro e certamente anche con al suo interno grandi connotazioni negative.
Certo, un paese dove la miseria regnava padrona e la si vedeva tangibile ma anche di un paese trainante con le sue peculiarità, la sue due Fiere, San Rocco e il 28, Fiera che in quegli anni troverà notevole impulso, le sue associazioni sindacali a tutela di braccianti, operai e tessàndori, il suo ponte inaugurato nel 1858 (che mancava da più di cinque secoli) che ne farà un crocevia unico nell’ultimo lembo della Valle del Serchio.


E la legge picchierà duro per il fattaccio, il potere costuituito un pò per sacrosanto diritto verso un omicidio, un pò per lungimirante esempio verso una società in evidente affanno, sfornerà condanne molto pesanti.
La crescente povertà e l’insoddisfazione sociale vedranno un notevole aumento della criminalità sia politica che comune e per paradosso sarà proprio nell’emigrazione la sua valvola (ahimè) di sfogo, che provocando un drastico calo della popolazione povera, farà attutire il peso della fame e della precarietà assoluta, e contribuirà essa stessa a sopire manovre sociali e rivoluzionarie che mai non arriveranno a compimento.


Un elemento piuttosto triste da dover rimarcare è che Giovanni, primogenito di Gancio, una settimana dopo l’arresto, avrà un figlio, Giovanni Cesare, che nasce dalla sua precedente unione con l’altra nostra paesana Eufemia Pancrazi.
Neanche un nascituro in arrivo e neanche un bimbo di un anno, figlio di Vittorio, modererà l’ira assassina e cieca di quel giorno e priverà per tutta l’infanzia e oltre della presenza dei padri per questi nascituri.
La Corte d’Assise di Pisa a questo punto, come si rileva da un quotidiano dell’epoca così condanna: Giovanni del Gratta, colpevole di omicidio a 20 anni di prigione e gli altri ad una pena leggermente minore forse imputando loro solo il “concorso”; Luigi del Gratta, il Gancio a 18 anni, Vittorio del Gratta a 15 e il Francesconi (di cui non conosciamo il nome di battesimo) a 15 anni pure lui.


Non sappiamo a questo punto riferirvi altre notizie biografiche certe in merito al Gancio e alla sua famiglia, sappiamo però con certezza che sua moglie Annunziata morirà vedova nel 1913 a Pontasserchio a 86 anni e siamo capaci di immaginare le condizioni in cui abbia essa stessa versato in questi anni in miseria e con i figli a carico.
C’è un ultimo atto ancora, un semplice trafiletto di un quotidiano del 1898 che ci viene in soccorso per completare la nostra biografia, tre o quattro righe che sono da una parte una pietra tombale per il nostro Gancio, dall’altra sono come un lampo improvviso che squarcia una realtà di una vita e ce la mostra nitida e poi subito la ripone per sempre in un cassetto:
“-In una osteria fuori di porta a Lucca moriva improvvisamente Luigi del Gratta detto Gancio di Pontasserchio”-


Varie cose si può intendere da queste righe, primo che Gancio non aveva scontato del tutto la pena ed era di sicuro rientrato in una qualche amnistia o sconto di pena delle tante del tempo che avevano lo scopo di svuotare le traboccanti Regie Carceri; secondo, che muore improvvisamente di sicuro per un malore, perché se fosse stato per motivi di coltello o altro, certamente l’articolo lo avrebbe rimarcato; terzo: muore in un’osteria e quindi il Gancio non si smentisce e vogliamo immaginarlo col bicchiere di rosso in mano e il buzzo pieno; quarto, che aveva una certa riconoscibilità sociale comunque, in quanto nel trafiletto non si specifica affatto chi egli sia lasciando sottintendere una sua certa notorietà o “fama”.
Per questo vogliamo immaginarlo ricordato di sicuro come un colpevole omicida ma con quell’aura diciamo “pop” che (nel bene o nel male) tanti assassini che venivano dal popolo, dopo morti hanno indossato; e per ultimo ritroviamo il soprannome a suon di pietra miliare, “Gancio”, ma questa volta con una particolarità che non può sfuggirci, Gancio di Pontasserchio!.
Non più un semplice picchiatore e basta dotato di uppercut micidiale, non più povero cristo di bracciante morto di fame che un giorno si rovinò, sotto la Volta, la vita per sempre; non più delinquente efferato che paga con il carcere una vita perduta dalla nascita, ma una sorta simil-eroe paesano che ingloba dentro di sé molteplici caratteristiche contraddittorie del suo tempo, del nostro paese, che non possiamo di certo ignorare a così distanza, negativo quanto volete, bastardo a più non posso e cattivo quanto più vi aggrada, certo, ma pur sempre, e quel soprannome con toponimo appiccicato ce lo ricorda tirandolo fuori quasi per scherzo dall’oblio del tempo, ma pur sempre, come noi, un Pontasserchiese nato in una delle nostre case.
Serrate le finestre; Gancio di Pontasserchio, oggi, è morto!


Per la ricerca storico-documentale archivistica, un ringraziamento speciale all’amico Gabriele Giachetti.
 
Bibliografia essenziale:
-L.Esuli, Pons ad Serclum, un secolo di storia. -Ed. Il Compasso
-R.Gremmo, Davide Lazzeretti, delitto di Stato. -Biella, Storia ribelle, 2002
 
Fonti archivistiche:
-Archivio Istituto Nazionale del Nastro Azzurro
-Archivio Storico del Comune di San Giuliano Terme
-Archivio Parrocchiale di Pontasserchio
-Archivio Digitale Familysearch.org
-Emeroteca digitale quotidiani on-line
 
Legenda fotografica:
1- Ricostruzione di un processo simile a quello di Gancio nella seconda metà ‘800- Stampa - dalla rete
2-3-4- Estratti dal Censimento del 1842
5- Certificato di Matrimonio tra Giovanni Del Gratta e Eufemia Pancrazi- 1879
6-7- Certificato di Matrimonio e Pubblicazioni tra Vittorio Del Gratta e Olimpia Esofa Francesconi -1880
8-9- Atto di Nascita di Pietro Giovanni Del Gratta -1866
10- Atto di Nascita di Lanciotto Cincinnato Del Gratta -1880
11- Atto di Nascita di Giovanni Cesare Del Gratta -1881
12-13 Certificato di Morte di Luigi Del Gratta
14- Certificato di Morte di Annunziata Cordoni
15- da “La Nazione” del 7 luglio 1881 - Notizia dell’accaduto a Pontasserchio
16- da “La Provincia di Pisa” del 9 lug. 1881 - Notizia dell’accaduto a Pontasserchio
17- da “La Croce Pisana” 14 gen. 1882- Notizia della Condanna dei quattro.
18-19- Estratto da “La Provincia di Pisa” del 1/12/1898 - Trafiletto della morte di Gancio.

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31/8/2023 - 13:42

AUTORE:
Sonia Gambini

Quante volte sono passata sotto "la volta" a Pontasserchio....e solo ora apprendo questa storia di violenza, povertà e disperazione....grazie

Sonia