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Il precedente articolo di Franco Gabbani sul Castello di Vecchiano e la Chiesa di Santa Maria ha riscontrato un successo di lettura senza precedenti, con oltre 1400 letture sulla Voce e 1000 utenti singoli che lo hanno raggiunto su Facebook nella pagina dell'Associazione.

Ovviamente non conosciamo le letture su altre pagine su cui è stato condiviso, ma questi dati indicano con chiarezza il gradimento nei confronti dei temi storici del territorio.

Interesse dimostrato anche da Agostino Agostini, che ci ha proposto alcuni argomenti correlati.

ci sarebbe da ridere.
Le ultime dichiarazioni del .....
Cantava la Caselli, è proprio il caso.
Purtroppo .....
. . . . se si dà potere a forze di destra filofasciste. .....
In 10 giorni Marco Travaglio ha guadagnato più che .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Associazione ambientalista - LA CITTÀ ECOLOGICA APS
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di Umberto Mosso
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di Bruno Pollacci
Direttore dell'Accademia d'Arte di Pisa
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Primo Levi#Auschwitz #PrimoLevi #ebrei #campidiconcentramento #giornatadellamemoria
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L'amore è amore
senza se e senza ma
Raggiungerlo
è l'aspirazione
più ambita
desiderata
sentita
a cui tende
ogni creatura. . .
pur essendo .....
BG. sono un nuovo abitante di migliarino
abito in via mazzini a meta tra il mobilificio e la chiesa . a qualsiasi ora la velocita sulla strada e'molto .....
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Attraverso il tempo
DOTT. VINCENZO PALLA
di Stefano Benedetti e Sandro Petri

29/10/2023 - 12:31

E siamo all'ultima puntata del nostro viaggio attraverso il tempo di Pontasserchio.

Non ci sono dubbi che quanto scritto da Stefano Benedetti sia la più degna conclusione della carrellata di personaggi presentati.

Ed è anche la più riconoscibile e commovente, sia perchè più vicina a noi, sia perchè lo scrittore ha in realtà narrato, nel descrivere la grande figura del Dott. Palla, la sua propria vita, per quella parte che ha convissuto con una persona nei confronti della quale riesce a trasmettere una ammirazione senza confini.

Posso solo immaginare quale reazione ci sarà, da parte di chi ha conosciuto il Dott. Palla, nel leggere le parole di Stefano, visto per come mi sono sentito commosso e coinvolto io, che pure non lo avevo conosciuto.

Per cui, a nome di tutti i numerosissimi lettori dei profili dei personaggi vissuti a Pontasserchio, desidero ringraziare Stefano per i suoi scritti, per le sue ricerche, per l'amore dimostrato e divulgato verso questi luoghi.

Sandro Petri

 

 ATTRAVERSO IL TEMPO (capitolo dodicesimo)

DOTT. VINCENZO PALLA

di Stefano Benedetti

(tempo di lettura 12 minuti)

 

Nella casa in Via del Ponte Nuovo ed era un mercoledì, il 18 Agosto del 1920, faceva caldo come sempre in quei giorni intorno a Ferragosto e Olga, 29enne, era soprapparto dalla sera prima e la immaginiamo affannata nella camera al primo piano, assistita dalle tre sorelle più giovani e dalla levatrice, in attesa finalmente di partorire non sappiamo ancora se un maschietto o una femminuccia.

Al piano di sotto Duilio, il padre, era in bottega e di sicuro si trovava invece a lavorare al bancone della macelleria, con un occhio ai clienti e tutte e due le orecchie al piano di sopra, dove con il servire questa o quella paesana tra una fettina di carne e un conto, tentava di mascherare un pò l'impazienza e un pò la preoccupazione che di sopra tutto andasse bene e il più presto possibile.

E’ natoooo, è un maschioooo!!! urlò affacciata alla finestra, Bruna la più piccola delle sorelle e Duilio, impacciato ed emozionato lasciò di colpo tutti in bottega e in tre balletti salì la tromba delle scale asciugandosi le mani al grembiule per andare di corsa a dare un bacio in fronte alla moglie Olga, ancora a letto provata e dolorante ma sorridente e a guardare per la prima volta il suo bambino che era ancora in braccio alla levatrice, avvolto in un asciugamano candido, pieno di capelli e che gridava come un ossesso!

Fu così che nacque quel giorno a Pontasserchio Vincenzo che rimarrà figlio unico, il piccolo Vincenzo che portava il nome del nonno e che un giorno al Ponte e in tutti i paesi limitrofi diventò per tutti semplicemente il Dottor Palla.

La famiglia paterna dei Palla, macellai benestanti da sempre, viveva in quella casa da generazioni ed era proprietaria anche di tutto il terreno che arrivava fino in fondo alla Piazza dove poi furono costruite le case popolari e dove fu anche in seguito edificato il Mobilificio dello Scarpellini.

Vincenzo era il capoccia, (1862-1925) soprannominato “Cèncio”, di lì a poco nel 1925 lasciava tutta la proprietà all’unico figlio Duilio Tarquinio (1893-1973) che manderà avanti la bottega di carni fino al 1958 anno in cui cedette definitivamente l’attività.

La famiglia della madre invece era più articolata, Olga era la primogenita di cinque fratelli (quattro femmine e un maschio) di Oreste Chelossi (1869-1933) e Maddalena Ciardelli detta Silvia (1870-1957) la “mitica” Silvia della bottega, bar trattoria, commestibili, biliardo, pesa pubblica, ballo estivo e chi più ne ha più ne metta, di Strada, angolo via San Martino, bottega che a vario titolo sopravvisse fino a qualche anno fa e che fu gestita in seguito dalla famiglia Benedetti dal ‘56 al ‘77; locale pubblico che rimane tuttora nella memoria collettiva del paese.

Altra famiglia di commercianti e bottegai come quella dei Palla, i Chelossi, con Olga (1891-1989), Alfredo Amilcare (1895-1962) (che fu il padre di Eleonora, la futura moglie proprio del Dottore), Albertina (che andò in sposa a Renato Ulivi e andò a vivere nella casa davanti al camposantino di via Buozzi e madre di Milena), Leonella (detta Nella che fu moglie di Antonio Federighi) e Bruna la più piccola.

La Silvia, ormai vedova dal 1933 visse nell’edificio del bar fino alla seconda metà degli anni ‘50.

Da qui un aneddoto di vita per Vincenzo che si rivelò poi un elemento sostanziale.

Chiamandosi come il nonno paterno, iniziarono a chiamarlo subito “Cencino” ma mamma Olga, per niente contenta del nomignolo familiare affibbiatogli, iniziò ben presto a chiamarlo Bruno (in quanto era scuro di capelli) nome poi che tutti i familiari e gli amici usarono per tutta la vita al posto di Vincenzo che restò di fatto il nome "ufficiale" e basta.

Nell’anno scolastico 1926/27, di sicuro con profitto, frequentò le Elementari proprio lì vicino a casa, nel vecchio edificio in Piazza del Mercato, stabile ormai estinto già dagli anni ‘70.

Nel 1931 invece fu iscritto alla Medie dei Bagni di San Giuliano e non all’Avviamento al Lavoro di Pontasserchio, in quanto questo ultimo Istituto non permetteva l’accesso a quel tempo alle Scuole Superiori di Pisa.

Mamma Olga anche qui aveva visto lontano e giusto, segna la strada per l’amato figlio che resterà unico, verso gli studi e l'Università, rompendo una volta per tutte la tradizione di una famiglia di macellai.

Nel ‘34 ritroviamo Bruno adolescente al Liceo Scientifico “Ulisse Dini” di Via Benedetto Croce a Pisa nella neonata sezione “B”, i tempi cambiavano e aumentavano gli studenti e di conseguenza ci fu bisogno in quell’anno di istituire un’altra sezione.

Tre mesi prima dello scoppio della guerra in Europa, nel giugno del 1939, Bruno prende la maturità scientifica.

Con molta probabilità furono proprio gli ultimi anni del Liceo ad indirizzarlo verso il suo destino, in quanto strinse una grande amicizia e frequentò assiduamente un suo compagno di classe di quel tempo, Sergio Sbragia, figlio appunto del Dott. Sbragia Medico Condotto di Vecchiano a casa del quale ebbe forse la possibilità di vedere all’opera un dottore di paese.

Fu quindi forse in questo periodo che Bruno ebbe modo di avvicinarsi a quella che fu la vera passione, la vera missione della sua vita intera.

Il 1940 è un anno fondamentale per lui, perchè oltre ad iscriversi alla Facoltà di Medicina presso l’Ateneo di Pisa, fu anche l’anno del fidanzamento con Eleonora Chelossi (1923-2004), che di fatto era sua cugina carnale in quanto erano figli di fratelli.

Ma il 1940 fu anche l’anno appunto della guerra per l’Italia e della sua chiamata con la sua classe 1920 al Servizio Militare.

(Non sappiamo con esattezza l’anno esatto della sua leva che potrebbe essere anche l’anno successivo, il 1941).

Fu comunque destinato direttamente al VII° Battaglione di Istruzione che era stanziato a Stia nel Casentino in Provincia di Arezzo; questo Battaglione incamerava i cosiddetti “sergenti universitari” (ovvero i militari di leva che erano iscritti all'Università) e dipendeva direttamente dall’87°Reggimento Fanteria “Friuli”.

Il Comando di Stia aveva il compito di formare Ufficiali di Complemento per tutto il Corpo d’Armata ma con alta probabilità Bruno (che lo vediamo in una foto con il grado di sergente) non completò il suo corso in quanto il Battaglione nella tarda primavera del 1943 a guerra inoltrata fu prima trasferito alla difesa attiva nella zona Porcari-Altopascio (forse a tutela dell’Aeroporto di Tassignano) ed anche nella zona dei Bagni di Casciana.

Di lì a breve fu poi colto dall’armistizio sciagurato dell’8 settembre ‘43 che causò un totale sconquasso delle forze armate italiane e di fatto divise l’Italia in due.

Si apre a questo punto un’altra pagina importante della sua esistenza, Bruno di sicuro ritorna a casa perché ne abbiamo prova nei ricordi da lui raccontati in seguito. Infatti il 31 Agosto 1943 lo troviamo a Pisa il giorno del grande bombardamento alleato che rase quasi completamente al suolo la nostra città e che provocò la morte di migliaia di persone.

Bruno forse fu in servizio volontario come soccorritore degli innumerevoli feriti (in quanto al terzo anno di Medicina, ma di questo non ne abbiamo certezza) comunque lo troviamo vicino ad una vittima ben precisa e al suo riconoscimento.Giuseppe Bandini (1902-1943) infatti, era suo zio, in quanto aveva sposato la sorella più piccola di sua madre e fu uno dei tanti operai della Saint Gobain a Porta a Mare a morire sotto le bombe durante l’orario di lavoro; abitava a Strada e lasciò per sempre la giovane moglie e la piccola figlia Alieta.

A questo punto, con l’arrivo delle forze tedesche e la conseguente occupazione dell’Italia, ai militari delle forze armate italiane rimane solamente una difficile scelta o essere deportati coercitivamente in Germania in campi di prigionia come forza lavoro oppure aderire a un qualche ente impiegato questa volta sul territorio italiano a costruire infrastrutture quali strade, aeroporti, ponti ecc. direttamente al servizio e sotto il Comando logistico dell’Esercito germanico.

Bruno aderisce allora volontariamente in questo fine ‘43 all'Organizzazione TODT, il principale ente di costruzioni che operò in Italia con centinaia di migliaia di lavoratori e questo di sicuro gli permise in primis di continuare gli studi universitari che non aveva interrotto neanche durante il servizio militare e di restare anche vicino a casa e non essere deportato oltralpe.

Non finisce certo qui la guerra e noi a questo punto prendiamo visione di una dichiarazione dell’ormai storico capo partigiano di Pontasserchio, Leonardo Barsotti (detto Nardino 1919-1976) che in una sua deposizione in memoria sui fatti accaduti dopo l’8 settembre 1943 ci ricorda che lui, marinaio imbarcato sulla nave “Cadorna” nel porto di Taranto preferì ritornare a casa a Pontasserchio.

Dice testuali parole: “A Pontasserchio mi misi subito in contatto con “l’organizzazione” e segnatamente con il Dott. Palla Bruno.”

Questa cellula partigiana pontasserchiese contava oltre al futuro Dott. Palla, sempre nei racconti di Nardino, anche di altri personaggi di paese, quali Fosco Dinucci, Manrico Palla, la guardia comunale Pericle Sodi ai quali furono poi aggregate altre persone.

Il loro compito in incognita era quello di contrastare le forze naziste di occupazione con attività di volantinaggio ma anche di lancio di tricuspidi sulla via del Brennero e nelle principali strade di comunicazione o anche di trasporto clandestino di armi e munizionamenti o nel danneggiamento tramite esplosivo di alcuni bunker sulla linea gotica.

Altamente meritoria fu questa fase che si concluse con il passaggio del fronte i primi di settembre del 1944, portata avanti con ogni rischio possibile da questi uomini valorosi tra cui il nostro giovane Bruno che aveva compiuto da poco i suoi 24 anni.

Di lì a poco la guerra è finita, le ferite sono tante ancora da rimarginare e sono tanti anche i ricordi da tramandare da parte di questa generazione che visse la sua gioventù nel dramma assoluto di una guerra mondiale che fu un massacro globale.

Bruno, certo, si dette da fare e il 26 luglio del 1946, un anno dopo la fine delle ostilità, perfettamente in regola con il corso di studi (Medicina allora come ora durava sei anni e lui si era iscritto nel 1940) ed immaginiamo che avrà dato esami durante il servizio militare, sotto i bombardamenti e durante la sua attività di partigiano, si laurea in Medicina, e questo sarà il suo primo grande regalo alla sua giovane vita.

Il suo primo incarico lavorativo arrivò presto, infatti fu assegnato in sostituzione provvisoria di un Medico (non sappiamo ben definire questo periodo nel tempo) a Pàstina nel comune di Santa Luce nelle colline pisane ma il suo evento più importante di quel periodo fu che nel 1947 portò all’altare in Chiesa a Pontasserchio la sua Eleonora che lui chiamava amorevolmente Nora, portandola a vivere in casa paterna.

Il suo secondo regalo che si fa o meglio che Eleonora gli fa, fu di lì a poco la nascita della sua amatissima figlia Gabriella il 23 giugno del 1948 che anche lei seguendo le orme del padre, diventerà medico.

Sarà nel 1949 che il Dottor Vincenzo Palla, ma per gli amici sempre Bruno prenderà la prima Specializzazione in Pediatria e successivamente nel 1953 il perfezionamento in Nipiologia e Paidologia (specializzazioni poi successivamente confluite nella Pediatria) ma quelli furono anche gli anni del suo primo ambulatorio medico a Pontasserchio (probabilmente nel 1949/50) che fu l’inizio della sua vera grande storia di uomo e dottore.

In una stanza (la prima a destra) della casa di Zia Bruna, villetta ad unico piano tuttora esistente a Strada in via S.Jacopo (ora via Che Guevara), zia rimasta vedova proprio il 31 agosto del 1943 di Giuseppe deceduto sotto il bombardamento, il giovane Dott. Palla apre il suo primo ambulatorio ad uso del paese.

Allora il sistema sanitario nazionale oltre a prevedere un Medico Condotto con competenze in ambito comunale (di solito era un medico dei più anziani) e con funzioni non solo sanitarie ma anche legali, prevedeva l’esistenza di vari altri medici che assistevano i lavoratori (e le loro famiglie) appartenenti a vari enti assistenziali di categoria del tempo, come l’Inam più generalista, l’Enpas e l’Inadel per gli impiegati statali, la Cassa Edile per i muratori e altri enti; questi lavoratori venivano presi in carico formalmente come pazienti e affidati alle prestazioni di un determinato medico locale.

Inizia qui la sua opera, il suo lavoro territoriale e capillare all’interno di numerosissime famiglie del paese e non solo (di lì a poco aprirà anche un altro ambulatorio a Metato nel vecchio stabile della Pubblica Assistenza in Via del Lamo e che lascerà definitivamente nel 1978), di famiglie che avranno modo di apprezzare la sua natura di medico e di uomo in maniera indelebile per tutti quegli anni a venire.

Fu nel Febbraio del 1956 che lo zio e suocero Alfredo con la moglie Annita Antichi (1899-1988) si trasferirono in casa “nuova”, (di fatto il matrimonio con la cugina, entrambi figli unici, andava a riunire un consistente patrimonio) sempre in Via San Jacopo nella bella villetta sulla sinistra uscendo dal paese (proprio subito la prima casa dopo il bar trattoria che era fino all’anno prima gestito dalla propria nonna Silvia).

Va rimarcato che il Dottore comunque non ritenne opportuno il trasferimento fisico dell’ambulatorio dalla casa di zia Bruna (nonostante fossero solo 200 metri) in questa nuova abitazione, perché questa postazione a quel tempo fu considerata troppo lontana e fuori dal centro; questo la dice lunga sulla vecchia conformazione del paese che aveva molte meno abitazioni a confronto del tempo attuale.

Solo due anni dopo nel 1958 quando fu costruita la seconda villetta, accanto alla precedente (e dove il Dott. Palla trasferì tutta la famiglia con anche i propri genitori) finalmente fu trasferito anche l’Ambulatorio Medico, dove la maggior parte dei paesani lo ha poi conosciuto e del quale se ne è servita fino al 1990.

Nel nuovo ambulatorio il Dottore fece anche installare nei primissimi anni ‘60 un apparecchio per Radioscopia del Torace, allora innovativo, del quale tanta popolazione locale ebbe a servirsene senza dover andare in Ospedale a Pisa.

La vita del Dottore in questo periodo che poi durò più di quarant’anni fu totalmente dedita e al servizio delle sue migliaia di pazienti che curava in maniera instancabile e senza sosta e senza badare a sacrifici per sé e finanche per la sua famiglia tutta.

Due ambulatori al Ponte, uno la mattina e uno il pomeriggio tardo e un ambulatorio a Metato nel primo pomeriggio e questo ogni giorno lavorativo che Dio comandò ed addirittura almeno fino alla fine degli anni sessanta, ambulatorio anche il sabato mattina e persino la domenica mattina!

Il Dottore sulla domenica mattina persino ci scherzava e diceva una cosa vera e cioè che gli operai e i contadini, che erano la quasi totalità della popolazione, la domenica mattina che per loro era festa, si lavavano per bene e gli veniva poi in mente magari di aver qualche malattia e allora andavano a “farsi vedere” dal Dottore.

E lui non mancava certo a quel dovere che sentiva come una vera e propria responsabilità civica. Chi ha conosciuto quella casa del Dottore ricorderà che era un vero e proprio gineceo con Eleonora, la moglie, Gabriella, la figlia, Olga, la mamma e Annita la suocera, che erano tutte di fatto al servizio del Dottore, non solo nel preparargli spesso frugali pasti tra una visita e un’altra, ma anche nel prendere gli appuntamenti telefonici per le visite a domicilio e per sistemare giornalmente gli spazi ad uso dei clienti, quali ambulatorio e sala di attesa.

Le visite a casa dei pazienti che nei momenti di una qualche influenza generalizzata, tra un ambulatorio e l’altro, diventavano decine e decine al giorno. Spesso il dottore lasciava la macchina in una determinata strada e passava da una casa all’altra a piedi, con lo stesso entusiasmo di ogni giorno che lo ha caratterizzato per sempre.

Il cuore purtroppo però non resse a questo stress che per lui non era stress ma dovere e vita quotidiana e nel 1978 ebbe il primo infarto.

Lo ebbe addirittura da ricoverato in Cardiologia, perchè il suo istinto di medico lo avvertì in anticipo; fu un infarto non lieve, fu invece un colpo importante, a soli 58 anni, quando niente della sua vita, non beveva, non fumava e mangiava moderatamente, niente avrebbe fatto presagire questo evento che comunque lo segnò negli anni a venire.

Chiaramente durante questo suo primo ricovero in Cardiologia dal Prof. Sicca, suo grande amico, il pensiero fu per i suoi pazienti per i quali fece subito attivare una serie di medici che furono poi quelli della generazione successiva, perché i pazienti erano davvero tantissimi da curare.

Non occorre certamente rimarcare il fatto che il Dottore, ovviamente, finita la paura iniziale, ritornò a fare quello che faceva prima, con la sola eccezione dell’abbandono dell’Ambulatorio di Metato, che gli fu “estorta” dai suoi cari quasi sotto giuramento, al fine comunque di attenuargli un impegno che ormai gli sarebbe risultato troppo gravoso (Il dottore a malincuore accettò di lasciare l’ambulatorio del pomeriggio a Metato, ma non, badate bene, una gran parte dei suoi pazienti del posto che comunque continuò lo stesso a seguirli negli anni successivi).

Finalmente, ma di sicuro per il Dottore questo avverbio non fu così ben accetto, il 18 Agosto del 1990 il Dottor Vincenzo Palla, il giorno del suo 70° compleanno, andò in pensione.

Meritata aggiungiamo noi.

Non e’ difficile immaginarci chi per tutti questi anni, a 70 anni compiuti, a quasi 45 di lavoro, a chi si trovi immerso dentro una vita dedita alla sua professione, all’improvviso si ritrovi pensionato a dover leggere il giornale la mattina e a passare una giornata di sicuro fatta di vuoti e di ricordi.

Prese subito la palla al balzo per essere inserito dentro la Commissione Provinciale per gli Invalidi Civili, un impegno certo saltuario ma che comunque gli avrebbe richiesto un certo darsi da fare e una certa mobilità e che comunque mantenne fino all’ultimo giorno di vita.

Un’altra “avvisaglia” dal suo cuore malandato che gli provocò una ricaduta e un’ulteriore apprensione, l’ebbe nel 1994 ma comunque, pur consapevole della gravità che aveva addosso, ritornò dopo un paio di mesi alla vita normale con un atteggiamento un po’ più riservato, conservativo e meno dispendioso di energie.

E’ nel luglio del 1998 e il Dottore agli amici più intimi lo aveva confidato con serena consapevolezza che la prossima sarebbe stata l’ultima, che ebbe una nuova crisi cardiaca per un cuore ormai segnato e rassegnato, e questi ultimi giorni si trascinarono con una percezione ben chiara della propria salute e della propria esistenza per un Uomo, un Medico che nei suoi 78 anni compiuti, di esperienza in merito ne aveva accumulata chissà quanta, per poter capire a cosa sarebbe andato incontro.

Il Dottor Vincenzo Palla, Bruno per la famiglia e per gli amici, il medico di tutti, dei vecchiche se ne andarono per primi, dei giovani come lui che erano cresciuti nelle strade del paese, ora diventati adulti e invecchiati e delle centinaia di bambine e bambini che vide nascere e che curò e che fecero in tempo ad apprezzarlo, che ora stanno leggendo queste righe, il Medico di Tutti, muore il 5 di Ottobre del 1998 in casa propria, nella camera dove lui accompagnò i suoi vecchi verso l’ultimo istante, con tutti i suoi cari accanto, nel proprio letto, a due passi dal suo ambulatorio e vicino alla sua borsa di pelle marrone con i suoi attrezzi del mestiere.

 

Qui di seguito, troverete cinque righe bianche, che sono lo spazio del silenzio del quale abbiamo tutte e tutti bisogno nel ricordare il nostro Dottore.

 

 

Finisce qui la biografia dovuta della vita del Dott. Vincenzo Palla, finisce qui lo scritto che ho messo giù con tutta mia modestia e rispetto possibile nei confronti di questo grande uomo e la affido a voi lettori che come me avrete avuto modo, nei vostri anni, di conoscerlo, apprezzarlo e ricordarlo con affetto.

Ho messo giù queste righe che avete letto con la maggior calma possibile, a parte le ultime di forte commozione e impressione.Voglio però scrivere le successive righe, invece, con la forza del mio ricordo personale, con la pancia e col cuore di chi lo ha conosciuto in maniera diretta e vicina.

Eccole.Se ho avuto un babbo si chiamava Antonino, certo, e che babbo avevo, ma se avessi avuto un secondo babbo, se fosse stato possibile, avrei voluto fosse lui, il mio Dottore.

Mi sono sempre vantato in vita mia di essere stato uno dei pochi che gli ha dato del “tu” e non del “lei” fino in fondo. Si.Perché ero nato lì, nella sua casa, nelle sue cose, perché gli ero cresciuto tra i piedi.

La sera tardi quando tornava dalle visite si sedeva a un tavolino del mio bar a leggere il giornale e a bere un caffè, perché aveva il primo minuto libero in tutta la giornata e io gli giravo intorno.

“Dottore, andiamo in ambulatorio a vedere se c’è qualcosa per me?”E lui, paziente come sempre, per mano mi portava sul marciapiede che a quel tempo mi pareva lunghissimo da percorrere, fino al suo studio.Ricordo un plastico delle Olimpiadi di Monaco72, la prima calcolatrice portatile, un Atlante De Agostini, un pallone colorato, una penna enorme, sarà stata mezzo chilo, che portai a scuola e il Direttore Giotto Casini mi chiese cosa ci facessi con quella penna e quando gli risposi che me l'aveva regalata il Dott. Palla, lui mi rispose affettuosamente di salutarglielo.

La volta che a cinque anni mi fasciò stretto stretto il braccio perché mi infilai in una porta a vetri e mi portò lui stesso al Pronto Soccorso e quell’altra mattina che mi portò a Pisa con la 500 bianca a farmi attraversare la passerella di ferro alla Chiesa della Spina, dopo che con l’alluvione del ‘66 cadde il Ponte Solferino e mi disse per scherzo di mettermi i sandali e di rimboccarmi i pantaloni per l’acqua alta.

Di quella volta che mi raccontò del bombardamento di Pisa e mi disse che vide tanti morti e un povero cavallino che lo scoppio ravvicinato di una bomba lo aveva appiccicato alle Mura della Cittadella.Di quella volta che andammo dal Maccari lungarno sotto il Comune a comprare un fucile calibro 20 e la notte nel campo di dietro a casa mi faceva tirare fucilate ai tarponi.

Ricordo quando ebbi un problema di salute a 21 anni e lui mi stette dietro ogni giorno.

 

Ricordo quando da bambino mi regalò un fonendoscopio con i tappini rossi e io poi dicevo che da grande avrei voluto fare il dottore.Ricordo anche l’ultima volta che lo andai a trovare a casa, pochi giorni prima di morire.

Era sempre lo stesso, era alto, era statuario, era bello, era elegante come nessuno più di lui, parlava con voce potente, spiegava le cose della vita e del mondo e come sempre, sorrideva.Penso di lui che non abbia mai odiato nessuno in vita sua e per contraccambio non sia mai stato odiato da nessuno.

Che non abbia mai fatto del male a nessuno, anzi che abbia fatto solo del bene a tutti, a quelle migliaia di pazienti che ha avuto in vita sua.

Fu un uomo che donò veramente il cuore alla sua gente, un uomo, penso, che non fece mai un giorno di ferie in vita sua e di sicuro non prese mai soldi da un suo paziente, mai, neanche una volta e se lo chiamavi alle tre di notte per un urgenza, in dieci minuti era sotto casa tua.

E per Natale poi gli riempivano la casa di mille panettoni, per Pasqua di mille uova e per il Ventotto di mille torte co’ bischeri.

 

Ricordo la sua socialità con tutti, grandi e piccini, giovani e vecchi, ricchi e poveri, professori e gente comune e ricordo al bar che teneva lunghe discussioni di cose serie ma anche di cose leggere; ricordo quella volta che mi portò alla gimkana in Piazza del Mercato e mi fece salire su un’auto da rally, ricordo quando mi consegnò un premio di disegno alle Medie a San Giuliano e mi rimane ancora il dubbio che fu lui a farmelo vincere.

Ricordo la sua casa e le sue donne, l’Eleonora sempre insieme con la mia mamma, l’Annita sua suocera che era nata il mio stesso giorno 62 anni prima, la Olga, la sua madre attenta e premurosa per sempre che mi preparava le patate arrosto nel piattino la domenica mattina e che diceva sempre che la prima parola che io pronunciai fu “Oga”.

Ricordo il giorno del suo funerale quando lo accompagnammo in fondo alla strada, le vie del paese erano silenziose e gremite come non si era mai visto e sentito e mai più si vedrà e si sentirà quel silenzio.

Tutto mi resta di lui, niente potrò dimenticare delle sue cose.Era un uomo di un altro tempo, di un tempo che ormai non è più qui, di un tempo che un giorno fu nostro, come lui un giorno fu nostro.

Ecco perchè quasi vecchio anch’io, rimango sempre Stefanino per tutti.

Perchè da bambino mi ci chiamavi te!Dottore mio.

 


Un ringraziamento speciale alla figlia Dott.ssa Gabriella Palla per la sua disponibilità, cortesia e affetto dimostratoci. 

Per la ricerca storico-documentale e archivistica, un ringraziamento come sempre all’amico Gabriele Giachetti.

 

Bibliografia essenziale e web-site:

-La Resistenza dalla Maremma alle Apuane - Renzo Vanni -1972 - Giardini Editore

- Albo dei Medici Chirurghi
- Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Pisa

- Archivio Privato Famiglia Palla- Pontasserchio

. www.familysearch.comwww.ancestry.org

-Archivio Parrocchiale di Pontasserchio (PI)

-Archivio Storico del Comune di San Giuliano Terme (PI)

Legenda fotografica e documentale:

1- Il Dottor Vincenzo Palla in tempi recenti

2- Vincenzo, “Bruno”, bambino, anni ‘20

3- Duilio Tarquinio Palla, il padre, militare, prima guerra mondiale

4- Olga Chelossi, la madre, ancora adolescente

5- Estratto di Matrimonio Duilio Palla-Olga Chelossi, 1919

6- Casa paterna dei Palla in via del Ponte

7- Ciardelli Maddalena, “Silvia”, la nonna

8- Oreste Chelossi, il nonno

9-10- Vincenzo adolescente

11- Vincenzo con amici paesani, 1939

12- Vincenzo universitario anni ‘40-’46

13-14-15-16-17- Vincenzo Palla militare a Stia, 1942

18-19-20-21- Estratto dal testo di Renzo Vanni (1972) sulla guerra partigiana di Pontasserchio

22-23- Testimonianza del partigiano “Nardino” Leonardo Barsotti24- Bandini Giuseppe, lo zio morto sotto i bombardamenti del 31 agosto 1943

25- Matrimonio con Eleonora, 1947

26- A Montecatini con Eleonora, 1947

27- Ex Casa Bandini a Strada, sede del primo ambulatorio, 1950 e segg.

28-29- Vincenzo con la moglie al mare, anni ‘50

30- Casa nuova di Alfredo e Annita, zii e suoceri, 1956

31- Casa nuova del Dottore e nuova sede dell’ambulatorio, 1958

32- Foto in paese, anni 60

33- Gimkana, Piazza del Mercato, settembre 1971

34- Dott. Palla in tempi recenti.

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3/11/2023 - 12:36

AUTORE:
Stefanino

Ringrazio tutti i lettori di questo articolo che sono stati tantissimi, ringrazio anche Marlo con la sua citazione del Doct. Manson. Ringrazio la Fulvia di Veniero della Mirella, il Dott. Pardini e l’amico Paolo figlio di panaio anche lui.
Non mi so trattener per il Dott. Palla da un’altra citazione cinematografica per colpa di Marlo, il Doct. Archibald “Moonlight” Graham del film Field of Dreams di P.A.Robinson, interpretato da Burt Lancaster nella sua ultima apparizione.
Grazie a Tutti

3/11/2023 - 9:45

AUTORE:
Marlo Puccetti

Stefano come al solito ci hai preso per mano e come ologrammi ci hai portato nella storia. Un bel racconto. Il dottor Palla è stato un pezzo di storia per Pontasserchio. Non era il mio dottore perchè la mia famiglia era con la "concorrenza" il Dottor Ripoli (il medico condotto). Medici di altri tempi. Venivano a casa tua in qualsiasi ora anche della notte. Ti medicavano se avevi bisogno. Ora è già tanto se il medico ti risponde al telefono e ti fanno la diagnosi con il cellullare o pretendono che tu vada all'ambulatorio con la febbre a 40. "Mala tempora currunt".
Il Dott. Palla vicino ai più bisognosi, ai lavoratori, agli operai;la sua totale disponibilità, ci ho visto il Dottor Manson della "Cittadella" di Cronin anche se Pontasserchio e Metato non erano il Galles.
Mi ricordo anche la moglie del dottore la signora Eleonora, persona semplice, con un vestire semplice. La vedevo al bar della famiglia Benedetti, quando ero ragazzo con la sigaretta in bocca, una persona empatica.
Grazie a te, cultore della storia del territorio, ci siamo arricchiti di tante vicende anche complicate, coinvolgenti, emozionanti. Supportato anche da Sandro Petri che ha suscitato curiosità ai tuoi racconti

31/10/2023 - 16:58

AUTORE:
Dr. Giancarlo Pardini

E' stato anche il mio medico di famiglia. Abitavo a Metato, nel "puciaio", un gruppetto di case addossate una all'altra nella periferia di Arena. Sono passati molti anni ed io ne ho un ricordo da ragazzetto, nell'occasione di una brutta infezione al naso quando era necessaria una serie di iniezioni di antibiotici. Io naturalmnete, come tutti i bambini, non ne volevo e il dottor Palla (noi era così che lo chiamavamo) veniva mentre dormivo e mi faceva l'iniezione di nascosto.
Non so quali medici, oggi, avrebbero fatto altrettanto.
Non ho molti ricordi d'infanzia ma questo mi è rimasto impresso e serve molto bene a far capire la bontà e il sacrificio di questo grande uomo, non solo nell'aspetto e nel portamento.
Un abbraccio alla figlia Gabriella, mia compagna di scuola.

31/10/2023 - 10:02

AUTORE:
Fulvia carnasciali

Ciao Stefano, bellissimi ricordi. Un medico e una persona speciale. C'ero anch'io l'estate seduta a quel tavolino sotto il platano, la sera d'estate quando il bar chiudeva è stavamo a fare due chiacchiere con il dottore, mio padre e i tuoi genitori. Sapendo quanto mi piaceva leggere una sera andò a casa e mi portò il libro " il padrino" che era uscito da poco. Ricordo con tanto affetto il nostro DOTTORE, ma anche Antonino, Anitina, e te con i tuoi fratelli. Un abbraccio e grazie per questo tuffo nel passato

30/10/2023 - 16:26

AUTORE:
Paolo Panattoni

Complimenti Stefano!!! Per la ricerca, per la ricostruzione, per la redazione del testo e l’utilizzo delle parole. Ne esce un quadro emotivamente molto efficace che ricostruisce oltre la parte umana del “ dottore” anche il suo ruolo sociale e di riferimento per un paese ed il suo “ popolo”.