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L'articolo di oggi non poteva non far riferimento alla festa del SS. Crocifisso che Pontasserchio si appresta a celebrare, il 28 aprile.Da quella ricorrenza è nata la Fiera del 28, che poi da diversi anni si è trasformata in Agrifiera, pronta ad essere inaugurata il 19 aprile per aprire i battenti sabato 20.La vicenda che viene narrata, con il riferimento al miracolo del SS. Crocifisso, riguarda la diatriba sorta tra parroci per il possesso di una campana alla fine del '700, originata dalla "dismissione" delle due vecchie chiese di Vecchializia. 

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per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Colori u n altra rosa
Una altra primavera
Per ringraziarti amore
Compagna di una vita
Un fiore dal Cielo

Aspetto ogni sera
I l tuo ritorno a casa
Per .....
Oggi è venuto a mancare all’affetto di tutti coloro che lo conoscevano Renato Moncini, disegnatore della Nasa , pittore e artista per passione. .....
IL PROVERBIO
Mangiare senza bere....

31/12/2010 - 15:32


Il proverbio di oggi:  

Mangiare senza bere
è come murare a secco.
 
 
Il modo di dire:
Pidocchio rifatto.
Riferito a persona gretta, meschina, che ha l’apparenza di una persona per bene.
Spesso riferito ad un povero che, diventato ricco, assume un atteggiamento di sufficienza.
 
 
 
Dal libro “Le parole di ieri” di G.Pardini
 
BORACCINA
Lett: BORRACCINA [Muschio che cresce a tappeto sul terriccio di prati e boschi o sulla corteccia degli alberi-De Mauro]
E’ quindi termine italiano, col raddoppio della r, ed indica proprio quel muschio che viene raccolto nei boschi e nei posti umidi per tappezzare il presepio chi si fa per Natale.
Il presepio veniva allestito immancabilmente in tutte le case e i personaggi erano tutti statuine di gesso, molto fragili, che ogni anno andavano riguardate, riaggiustate alla meglio o eventualmente riacquistate. Quando si tiravano fuori della scatola si controllavano una per una e se mancava un pastore poco male, se invece a mancare era uno degli attori principali allora bisognava andare alla bottega e rimediare. Si faceva il laghetto con uno specchio e la campagna con la borraccina. Al centro si metteva la capanna con la stella e sopra un bel cielo stellato. I più intraprendenti riuscivano anche a piazzare qualche debole lampadina nascosta che illuminava tutta la scena.
Ora le statuine sono diventate di plastica, non si rompono mai, e si trovano in commercio anche dei piccoli presepi già confezionati di tutto, bue e asinello compresi. Sono più pratici, non sporcano, durano di più, sono più facili da allestire ma non rendono certo l’atmosfera del Natale, lasciata orami nelle mani dei negozi e dei supermercati sfavillanti di luci e colori.
L’origine della parola è ignota, non essendovi in italiano nessun vocabolo da cui si possa far risalire, dato che il tronco “borace” ha tutt’altro significato ed anche i derivati hanno a che fare con il sale dell’acido borico o simili, niente a che vedere con questo delicato tappettino verde.
 
BORDA
Lett: nc.
Borda è parola intraducibile, espressione popolare di origine incerta che aveva, ed ha ancora, il compito di rafforzare un concetto, sospendere ad arte la frase per il colpo di scena, creare una sospensione per evidenziare un’azione.
Forse si può assimilare a “tonfa”, ma anche con questo termine il problema della derivazione italiana non è risolto.
Borda infatti è [il nome della maggior vela delle galee dopo il bastardo] e, in campo idraulico, una specie di tubo addizionale per le vene acquifere, niente quindi a che vedere col significato dialettale.
Quello che più ci si avvicina, non certo come etimologia ma come significato, può essere “ecco!” [particella avverbiale che dimostra, annunzia, presenta, richiama l’attenzione], che rimane tuttavia sempre molto distante dalla forte espressività del termine dialettale.
Insostituibile!
 
BORNIO
Lett: BORNIO. [Cieco da un occhio, guercio].
In dialetto si chiamava bornio invece un foruncolo di grosse dimensioni, quando la lesione non si poteva più definire semplicemente foruncolo e bisognava usare una parola diversa per indicare qualcosa di più grande, di enorme.
C’ho un popo’ di bornio!” era un’espressione che voleva indicare non solo la presenza del grosso foruncolo, ma anche e soprattutto la grandezza e la sofferenza che questo provocava.
 
BOTTINO
Lett: BOTTINO. [Pozzo nero, liquami derivanti dal cesso, gabinetto, gabinetto a tonfo].
Come il sugo o la sugaia il bottino veniva prodotto dalle famiglie contadine per essere poi utilizzato come fertilizzante naturale per l’orto e per i campi.
 Ogni abitazione contadina era costruita con il preciso intento di produrlo e immagazzinarlo.
Nella stalla delle vacche i residui di scolo venivano incanalati con un sistema di condotte fino ad un deposito a cui si univano i residui del cesso della famiglia. Spesso i liquami venivano accumulati in un edificio posto all’esterno dell’abitazione, chiamato conserva, dove il prodotto stazionava e “maturava” nell’attesa del suo utilizzo.
La conserva era un edificio basso, in gran parte interrato, con il soffitto a volta e posto ad una certa distanza dall’abitazione a causa dell’odore sgradevole che spesso emanava.  Sopra la conserva era costruito il castro del maiale, i cui rifiuti andavano direttamente nel deposito, e talvolta anche un gabinetto ad uso della famiglia.
Di solito i contadini erano autosufficienti per la produzione del fertilizzante, ma chi non ne aveva a sufficienza doveva acquistarlo da altri. Era quindi un prodotto oggetto di commercio e nella nostra zona ad acquistarlo venivano in gran parte da Lucca, con delle grandi botti di colore verde poste su un barroccio trainato da un cavallo o da buoi. La qualità del bottino poteva variare alla produzione, o poteva anche essere annacquato, per questo i compratori esperti erano soliti annusarlo ed assaggiarlo (!) per giudicarne la qualità e la maturazione.  Dalle conserve era prelevato con uno strumento chiamato gitto costituito da un bastone infilato trasversalmente in un grande barattolo.
Poteva essere un prodotto industriale, formato da un solido cilindro di ferro zingato, ma solitamente i contadini lo costruivano artigianalmente utilizzando grossi barattoli di latta presi alla
bottega e che in origine contenevano tonno, conserva, o altre derrate alimentari. Lo strumento aveva una particolare forma inclinata per riuscire a pescare il liquame dai pozzi scavati nel terreno, sotto il pavimento, cosa possibile solo con quella particolare posizione asimmetrica del manico.
La particolare ripugnanza del prodotto ha fatto si’ che bottino si dicesse anche di persona cattiva, malvagia, senza cuore.
“Se’ proprio un bottino!”: sei proprio una persona spregevole!
Per finire bottino era anche uno dei vocaboli con cui si indicava una prostituta o una donna poco seria. Prostituta non era un termine molto utilizzato, era di gran lunga preferito il termine puttana.
Quando si voleva accentuare il carattere dispregiativo della “professione” si usavano espressioni
più colorite ed offensive come troia, budello, maiala o, appunto, bottino.
Il paese di Migliarino ha un’antica tradizione riguardo alla presenza di prostitute sul suo territorio.
La tradizione è rimasta ancora oggi, è solo cambiato il tipo somatico e la nazionalità delle intrattenitrici. Un tempo autoctone, o comunque di origine nazionale, oggi sono in maggioranza nigeriane e dei paesi dell’Est, con una buona quota di transessuali di origine sudamericana (Brasile in testa). Forse è la forza della tradizione, forse è anche il luogo adatto per la presenza della pineta che offre ampie zone appartate, forse anche per un non sufficiente rigore da parte delle autorità, questo fenomeno è stato e rimane costantemente presente nel nostro territorio.
Già negli anni ’50 e ’60 si ritrovano elementi che indicano come fosse cosa abbastanza comune andare a “fare una levata di budelli a Migliarino”.
Migliarino, così lo descrive Ettore Borzacchini:

 

località della costa toscana, tra Pisa e Lucca, dotata di spiagge solitarie e boscosi recessi, da tempo immemorabile luogo deputato a convegni amorosi omo ed eterosessuali, non di rado con finalità lucrative; in queste zone la diffusione delle colture di conifere e la popolarità della pratica del rapporto orogenitale hanno dato luogo al gradevole e malizioso calembour -….si va ‘m po’ ‘mpineta- la cui interpretazione lasciamo al lettore più disincantato”.

 

Ancora una bella foto di Alberto Giuntini su una  piena dell'Arno nel dopoguerra.

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