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Il precedente articolo di Franco Gabbani sul Castello di Vecchiano e la Chiesa di Santa Maria ha riscontrato un successo di lettura senza precedenti, con oltre 1400 letture sulla Voce e 1000 utenti singoli che lo hanno raggiunto su Facebook nella pagina dell'Associazione.

Ovviamente non conosciamo le letture su altre pagine su cui è stato condiviso, ma questi dati indicano con chiarezza il gradimento nei confronti dei temi storici del territorio.

Interesse dimostrato anche da Agostino Agostini, che ci ha proposto alcuni argomenti correlati.

ci sarebbe da ridere.
Le ultime dichiarazioni del .....
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In 10 giorni Marco Travaglio ha guadagnato più che .....
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Associazione ambientalista - LA CITTÀ ECOLOGICA APS
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di Umberto Mosso
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Primo Levi#Auschwitz #PrimoLevi #ebrei #campidiconcentramento #giornatadellamemoria
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L'amore è amore
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è l'aspirazione
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pur essendo .....
BG. sono un nuovo abitante di migliarino
abito in via mazzini a meta tra il mobilificio e la chiesa . a qualsiasi ora la velocita sulla strada e'molto .....
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LA GINESTRA e LE SANZIONI

27/3/2011 - 19:09


 
“Nell’attesa della lana sintetica prodotta su scala industriale, la lana naturale non copre il nostro consumo La deficienza di talune materie prime tessili non è tuttavia preoccupante; è questo il campo dove la scienza, la tecnica e l’ingegno degli italiani possono più largamente operare, e stanno intatti operando. La ginestra, ad esempio, che cresce spontanea ovunque, era conosciuta da molti Italiani soltanto perché Leopardi le dedicò una delle sue più patetiche poesie. Oggi è una fibra tessile che può essere industrialmente sfruttata; 44 milioni d’italiani avranno sempre gli indumenti necessari per coprirsi. La composizione di questi tessuti è, in questi tempi, assolutamente trascurabile... e... “

 

Così si esprimeva il Duce all’Assemblea della Corporazioni, tracciando le basi programmatiche di quella che doveva essere la nuova economia nazionale e, come per incanto, in ogni angolo del Paese fu tutto un fervore di opere, tentativi di tecnici, ricerche di scienziati, ingegnose applicazioni per sopperire alla penurie di materie prime in tempo di sanzioni, per creare surrogati di prodotti già importati dall‘estero, che li sostituissero temporaneamente e, se possibile, in modo duraturo, per conseguire un’ampia emancipazione dall’asservimento economico allo straniero.

Ora è finito miseramente l’assedio economico decretato da 52 nazioni contro di noi. Possiamo gloriarci di constatare, tirando le somme, che le sanzioni ci hanno fatto più bene che male, perché hanno dato vita a delle risorse latenti che senza  le difficoltà attraversate sarebbero forse sempre rimaste tali, mentre han fatto sorgere industrie nuove, che incidono notevolmente sulla nostra bilancia commerciale.


Una delle più caratteristiche industrie nuove, affermatesi nel giro di pochi mesi, è indubbiamente quella che ha di mira lo sfruttamento della fibra tessile della ginestra. Numerosi stabilimenti sono sorti all’uopo nelle varie regioni della Penisola, soprattutto in quelle part i dove maggiormente abbonda la prolifica pianticella selvatica, come nell’Italia centrale e meridionale.

Tutti i prodotti agricoli esigono buoni terreni e più o meno rilevanti spese di coltivazione; la ginestra invece ci viene offerta, si può dire a gratis, dal feracissimo suolo del nostro paese, e per di più in quantità enormi, di milioni di quintali già pronti per essere utilizzati.

Che specie di pianta sia la ginestra è noto a tutti. Si tratta di un arbusto comunissimo, di altezza variabile da mezzo metro fino e due metri, che cresce spontaneo in terreni generalmente aridi e petrosi, privi di qualsiasi altra vegetazione, e che getta fino dalla base numerosissimi  ramoscelli verdi, i quali si coprono in maggio — giugno di una miriade di fiori di un bel giallo oro di magico effetto. Questi fiori, in un passato non troppo remoto, prima degli ultimi ritrovati della chimica, venivano adopera ti per tingere stoffe e tessuti, e perciò si diede alla pianta il nome di  Genista tinctoria.

I fusti legnosi gettano ogni anno un folto ventaglio di polloni eretti, teneri e flessibili come vimini, detti  vermene, i quali acquistano, seccando, una certa consistenza. Di essi si servono da tempo immemorabile i contadini per fare scope con cui spazzare le aie e le stalle, o per legare i tralci delle viti ai pali, o per altri usi consimili.

Occorre qui subito avvertire che questi pratici usi dei rami della preziosa pianta si conoscevano fino dalla più remota antichità: anzi, se Plinio duemila anni indietro battezzò la ginestra col nome di Genista linorum, bisogna ritenere che gli antichi conoscessero assai più dei moderni, l’uso delle fibre tessili della ginestra.

È  noto infatti  che essi sapevano trarne, non solo gomene, cordami resistentissimi e tele grossolane, ma anche indumenti finissimi che furono l’orgoglio delle più esigenti matrone romane. In Toscana, come riferisce Andrea Mattioli, la fibra di ginestra fu utilizzata fino dai secolo XVI per fabbricare canapi per navi, di vario spessore, e una rozza tela, che veniva chiamata  carmignoIo o panno ginestrino, di cui si fece gran commercio. In seguito, l’utilizzazione di questa fibra per fabbricar cordami, sacchi da imballaggio, reti da pesca, si propagò in varie altre regioni, come nell’Umbria, nella Lucania e nella Calabria; ma, a vero dire, rimase sempre un’industria locale e più particolarmente casalinga poiché, per varie ragioni, i numerosi  tentativi di industrializzare lo sfruttamento della fibra dettero sempre risultati negativi. Il motivo principale dell’insuccesso si deve quasi sicuramente ricercare nei primitivi sistemi di macerazione, che erano troppe lunghi e laboriosi e di troppo scarso rendimento, tanto che, nel migliore del casi, gli utili venivano per intero assorbiti dalle spese della mano d’opera. I procedimenti di trattazione rustica della ginestra consistevano nella macerazione nel terreno, nell’acqua dolce o in quella di mare, oppure nella macerazione nell’acqua, previa bollitura. Quest’ultimo sistema, in uso ai Bagni di Latronico e a Lauria, in Lucania, rappresentava già una notevole evoluzione; ma fino a che non si giunse alla macerazione con agenti microbio logici e meglio ancora con agenti chimici — ritrovati tecnici recentissimi — si può dire che non si entrò mai nella fase veramente industriale della utilizzazione della fibra di ginestra. La macerazione microbiologica risale appena ai primi decenni del secolo attuale e si deve alla scoperta dei professori Rossi e Carbone, basata sull‘impiego di colture di un particolare bacillo che doveva rendere specialmente il prof. Carbone notissimo tra i tessitori. Fino dal 1922 il metodo Carbone — Istituto Sieroterapico Milanese entrò nel campo dell‘applicazione pratica col sorgere di un primo stabilimento industriale per la lavorazione della ginestra a Nocera Umbra, che segnò un notevole passo avanti in questo campo. 

Ora tutto questo lavoro viene compiuto dai microorganismi in un tempo considerevolmente minore; inoltre si possono trattare gli steli, raccolti fino dai mesi autunnali e  anche a distanza d’un anno o due dalla raccolta, il che assicura una vantaggiosa continuità di lavoro. Non occorrono più di sei o sette giorni per esaurire il ciclo completo di lavorazione, passando per le seguenti operazioni: schiacciamento meccanico degli steli, macerazione, per la durata di quattro o cinque giorni, in vasconi di acqua alla temperatura di 36°-37° con elemento maceratore aggiunto (il quale può essere reintegrato con l’immissione di nuova acqua); indi lavaggio in acqua corrente, essiccazione, scolatura stigliatura,  e infine pressatura in balle del materiale che viene così ad essere già pronto per le varie applicazioni. Ma anche a macerazione microbiologica è stata superata dal procedimento chimico, che offre notevoli vantaggi, ed è quello adottato da tutti gli stabilimenti del genere che sono sorti durante il periodo delle sanzioni o poco prima. I
In Toscana, più che altrove, l’appello per l’utilizzazione della ginestra, che cresce rigogliosamente su migliaia e migliaia di ettari dell’Appennino, è stato immediatamente raccolto e seguito.  
Due stabilimenti nei dintorni di Firenze sono entrati  subito in attività: uno, che ha utilizzato l’impianto di una fabbrica per l’imbianchimento di cappelli, in località di Pieve a Settimo, e uno in comune di Campi Bisenzio. Il primo, che ha adottato per la macerazione uno speciale reagente chimico, ha potuto occupare oltre cento operai, lavorando oltre cento quintali di ginestra al giorno. 

 

Con questo sistema di lavorazione, da un quintale di ginestra si ricavano all’incirca da 1O a 12 kg. di fibra pura, e da 27 a 30 kg di legno- cellulosa.  La  fibra viene vantaggiosamente utilizzata nella fabbricazione di sacchi in genere e per la fabbricazione di ogni specie di cordami. Si sono però fatti esperimenti per prodotti più raffinati con risultati soddisfacentissimi, e si è ottenuto, mediante speciali lavorazioni, ginestra fiocco, ginestra idrofila, e telerie assai fini, tipo ramié. Dal legno si ricava circa il settantasei per cento di cellulosa che si presta benissimo per la fabbricazione di carta comune e di carta da imballaggio. Come sottoprodotti, con impianti suppletivi, si potranno utilizzare sia la sparteina sia la clorofilla, sostanze contenute in abbondanza nelle fibre della ginestre. I canàpuli infine, che costituiscono i cinquanta per cento circa dei sottoprodotti, hanno un potere calorifico assai alto e possono supplice completamente al fabbisogno di combustibile. 

Materia prima, dunque, che si ottiene al massimo buon mercato. Vien fatto qui di domandarsi se queste miniere di oro gistestrino possono considerarsi inesauribili in Italia. Esse non sono certo inesauribili, soprattutto se ne dovesse aumentare fortemente il consumo; per quanto si possa calcola re — secondo i computi dei tecnici — che la produzione della ginestra allo stato selvatico raggiunga circa dieci milioni di quintali all’anno, che non sono tanto facilmente smaltibili dagli stabilimenti che attualmente la lavorano. In seguito si potrà sempre supplire a una parte del fabbisogno nazionale con la raccolta della ginestra selvatica, e provvedere ai rimanente con la semina. E non si deve per questo temere di togliere il posto a colture più importanti, perché — come innanzi si è detto la ginestra cresce in terreni sterili, dove non è possibile altra vegetazione. Quindi. accortamente propagandata, non ruberà il terreno a nessuna altra coltura; aumenteremo, coltivandola, il raccolto delle vermene, e nello stesso tempo consolideremo, con le tue radici lunghe e filamentose, terreni diruti e franosi, dorsi montani pericolanti o facilmente sfaldabili per l’azione corrosiva delle acque. Con la semina di piante di ginestra sono stati infatti già bonificati e riscattati da certa rovina terreni nudi e brulli della Toscana e dell’Emilia dalla benemerita Mlizia Nazionale Forestale; e, se tutti gli agricoltori ne seguiranno l’esempio, la coltura della ginestra non sarà più soltanto un problema tessile, ma assumerà aspetti che interesseranno l’agricoltura, la geologia e la stessa società, per l’impiego che richiederà di numerosa mano d’opera. I tecnici hanno riscontrato che la fibra della ginestra offre prerogative eccellenti: essa infatti resiste ottimamente al bucato; s’imbianca molto bene e si tinge altrettanto facilmente: si presta alla mercerizzazione, acquistando una lucentezza straordinaria; non teme l’umidità; è molto fine ed elastica; i tessuti derivati sono freschi e leggeri; il suo peso specifico é molto inferiore a quello delle altre fibre. Occorre dunque raffinate la produzione o soprattutto estendere rimpiego della fibra di ginestra, negli stabilimenti tessili, nella fabbricazione di tessuti assai più fini e pregiati che non siano le tele per sacchi, per cui generalmente si è impiegata fino ad ora. 

I risultati raggiunti sono stati veramente notevoli; ma bisogna perseverare, dato che ormai le materie prime non ci mancano più, occorre conseguire al più presto quella indipendenza economica che ogni buon Italiano ha sempre auspicato al proprio Paese, entrato oggi nel novero delle più grandi e potenti nazioni.

Fonte: Da un articolo di Ermanno Biagini per "Le Vie d'Italia", mensile del T.C.I. ottobre 1936
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