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In questo nuovo articolo di Franco Gabbani viene trattato un argomento basilare per la società dell'epoca, la crescita culturale della popolazione e dei lavoratori, destinati nella stragrande maggioranza ad un completo analfabetismo, e, anzi, il progresso culturale, peraltro ancora a livelli infinitesimali, era totalmente avversato dalle classi governanti e abbienti, per le quali la popolazione delle campagne era destinata esclusivamente ai lavori agricoli, ed inoltre la cultura era vista come strumento rivoluzionario. 

. . . mia nonna aveva le ruote era un carretto. La .....
. . . la merda dello stallatico più la giri più puzza. .....
. . . ci siamo eruditi, siamo passati da Rametti a .....
Ripetere 1000 volte la verità assoluta dei fatti con .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Tirrenia, 17 giugno
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di Alessio Niccolai con Alma Pisarum APS
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Villa di Corliano, 27 giugno
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Pugnano, 22 giugno
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Tirrenia, 15 giugno
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Le cose andrebbero meglio
se non bene
se si procedesse
tutti quanti insieme. . .
rispettando modi, tempi, capacità
valorizzando le competenze .....
Nel paese di Pontasserchio la circolazione è definita "centro abitato", quindi ci sono i 50km/ h max

Da dopo la Conad ci sono ancora i 50km/ h fino .....
FINALMENTE DOMENICA!
di Ovidio Della Croce
“Mi chiamo Antonio Tabucchi, come tutti”

8/7/2012 - 11:49

Domenica scorsa, a proposito di Donna di Porto Pim, vi avevo parlato di Enrique Vila-Matas, autore di una vasta e personale opera narrativa. Questa domenica mi sono ricordato di un suo articolo che avevo letto su La Repubblica domenica 10 giugno 2012 intitolato "Sostiene Tabucchi". Il testo è stato letto da Fabrizio Gifuni con Marisa Paredes giovedì 14 giugno al teatro Odeon di Firenze nel corso del Festival degli Scrittori (13-15 giugno) che include la sesta edizione del Premio Gregor Von Rezzori, vinto da Vila-Matas. L’autore spagnolo, di Barcellona per la precisione, ricorda l'amico e collega Antonio Tabucchi a partire da una lontana estate del ’53.

La mia casa è persa su uno scoglio e la connessione internet fa le bizze. Fa caldo, le mosche mi disturbano. Ora vado in spiaggia, faccio una bella nuotata, dimentico cosa Tizio replica a Caio sui commenti per l’inaugurazione del Parco giochi nello Spazio Culturale Antonio Tabucchi. Il mare è calmo, l’acqua fresca, tra una bracciata e l’altra penso che queste parole scorrono anche sulla Voce del Serchio e potranno allietare la calda estate vecchianese. (odc)

"Noi scrittori siamo l’ombra degli altri"

ENRIQUE VILA-MATAS

 

Lui sosteneva che salivo su una sedia e gli dicevo a mo’ di rivelazione: "Gli adulti sono stupidi". Dentro di me si annida un dichiarato desiderio di non essere mai unicamente me stesso.

Sostiene Tabucchi che lui e io ci conosciamo da mezzo secolo, dalla remota estate del ’53, quando suo zio paterno affittò una casa a due piani a Cadaqués, accanto a quella dei miei genitori. Quell’estate io avevo cinque anni e l’autore di Sostiene Pereira, dieci. Non ricordo quasi nulla di lui, solo che a volte parlavo con il figlio dei vicini, un po’ più grande di me.

Oggi mi piace immaginare che al tramonto, mentre parlavo con il figlio dei vicini, mia madre mi ordinava di rientrare a casa, dicendomi che si stava facendo tardi. Ma mi piace soltanto immaginarlo, non posso ricordarlo, e mia madre si rifiuta di dire che mi obbligava a rientrare in casa al tramonto, e ancor meno che, per farmi rincasare, mi diceva che si stava facendo tardi.

"Non posso dirti il contrario", dice mia madre. "Mi dispiace, ma non sarebbe un ricordo vero. Se vuoi, inventalo, immaginalo. Ma io al tramonto non ti ho mai detto di rientrare in casa né tantomeno che si stava facendo tardi. Immaginalo, se vuoi. Hai diritto ai ricordi inventati. L’unica cosa certa è che parlavi con il figlio dei Tabucchi e che poi ti stancavi e te ne andavi in cucina senza che nessuno ti dicesse nulla".

Sostiene Tabucchi che io prendevo una sedia e ci salivo sopra per riuscire a sbirciare nella casa dei vicini e che, in più di un’occasione, non appena lo vedevo comparire in giardino, gli dicevo a mo’ di rivelazione qualcosa che, già in quei giorni, a Tabucchi sembrava che sarebbe diventato un ricordo indimenticabile.

"Antonio, mi senti, Antonio? Gli adulti sono stupidi". Passò il tempo, passarono molti anni. Un giorno comprai un piccolo libro dallo strano titolo, Donna di Porto Pim. Lo firmava un certo Tabucchi e io, comprandolo, non potevo immaginare che l’avesse scritto il mio vicino. Correva l’anno 1983, trenta estati ci separavano da quel muro di cinta che separava le nostre case di Cadaqués e che era diventato un ricordo d’infanzia per Tabucchi. Non era stato così per me, che poco dopo aver letto Donna di Porto Pim ed esserne rimasto affascinato, mi misi a scrivere un testo, Ricordi inventati, in cui utilizzavo la bacheca degli annunci del Caffè Sport dell’isola di Faial nelle Azzorre - il bar di cui parlava Tabucchi nel suo libro - per costruire una carovana di voci, note o anonime, che si riunivano nello spazio della bacheca per lanciare messaggi da naufraghi della vita.

Tutti i ricordi erano inventati, come recitava il titolo. Con il passare degli anni, Donna di Porto Pim sarebbe diventato un piccolo faro per la mia opera creativa. Lì, in quel libro così piccolo, c’era tutto ciò che io desideravo fare in letteratura: la costruzione di miniature letterarie perfette, il moderno caos della voce frammentata, l’evocazione di ricordi inventati per raggiungere, paradossalmente, una mia propria voce… Quando pubblicai quei ricordi inventati, non sapevo che un giorno sarei andato nelle lontane Azzorre e avrei visto quella bacheca di legno, supporto visivo delle "voci portate lì da qualcosa, impossibile dire da cosa".

Quando mia madre lesse quell’omaggio occulto a Tabucchi, mi disse che non si sarebbe sorpresa se quello scrittore che io tanto citavo fosse stato il figlio dei vicini di Cadaqués nell’estate del ’53. Mi misi a ridere, mi sembrava inverosimile, molto improbabile. Quali vicini?, ricordo che le chiesi.
"I Tabucchi" disse mia madre.
Quando conobbi Antonio Tabucchi, gli domandai se avesse trascorso qualche estate a Cadaqués e mi rispose di sì, e ben presto ci rendemmo conto che ero io il bambino che trovava stupidi gli adulti. Poco tempo dopo avere scoperto questo grande ricordo vero che sembrava unirci al di là della vita e del tempo, lessi che Tabucchi si considerava l’ombra di Pessoa, e decisi di diventare l’ombra di Tabucchi per cercare così di essere l’ombra dell’ombra di un’ombra. Oggi che sono ormai solo l’ombra del mio vicino, cammino alla testa di una spedizione fantastica nel mondo misterioso delle voci. Cammino solo e sperduto, anche se immagino di essere il capofila di quella spedizione fantasma, di quel ricordo inventato. E quando penso ai ricordi veri che Tabucchi e io abbiamo condiviso, mi ricordo immediatamente del giorno in cui visitai, senza averlo detto a nessuno, il Museo delle Janelas Verdes di Lisbona e scoprii che qualcuno mi seguiva nell’ombra, e che io non ero altro che l’ombra sfumata di un’ombra che seguiva un’ombra nello spazio vero di un ricordo estivo che oggi è solo, puramente e semplicemente, il bel testo di una canzone, forse una canzone napoletana che qualcuno un giorno canterà per sempre. A volte lo dico a mia madre. E allora lei vuol sapere come si canta una canzone per sempre. Sono canzoni che parlano di un tempo che non esiste più, le dico. E aggiungo: perciò nessuno le sente, soltanto tu e io, mamma. Allora lei vuol sapere dove le possiamo sentire. Perché io non le sento, dice mia madre. Nella casa accanto, le spiego. D’estate?, chiede mia madre. Sì, le rispondo. Stanno arrivando, le dico, perché inizia l’estate e si farà tardi. Tardi, ripete mia madre. E poi domanda in casa di chi.
"In casa di chi, tardi?" domanda.
La capisco solo io.
"Dei Tabucchi, mamma, dei Tabucchi".
Sono arrivato al punto di essere perseguitato da giovani scrittori che volevano seguirmi mentre stavo seguendo Tabucchi, immagino per essere l’ombra dell’ombra (io) dell’ombra (Tabucchi) di un’ombra (Pessoa). E, d’altra parte, mi hanno chiesto molte volte - o meglio, mi hanno rimproverato, come se avessi commesso un delitto - perché lavoro tanto con citazioni d’autore. A questa domanda rispondo meccanicamente che pratico una letteratura di ricerca e che, come dice Juan Villoro, leggo gli altri autori fino a trasformarli in Altri. (…) Può sembrare paradossale, ma ho cercato sempre la mia originalità di scrittore nell’assimilazione di altre voci. Le idee o le frasi acquistano un altro senso quando vengono chiosate, lievemente ritoccate, situate in un contesto insolito. "Mi chiamo Erik Satie, come tutti". Come ha scritto anche Juan Villoro, questa frase del compositore francese riassume la mia idea di personalità: "Essere Satie è essere irripetibile, vale a dire trovare una maniera propria di dissolversi nel trionfale anonimato, dove l’unico è proprietà di tutti". (…) Non inganniamoci: scriviamo sempre dopo gli altri. Nel mio caso, a questa operazione di idee e frasi di altri che acquisiscono un altro senso quando vengono ritoccate lievemente, bisogna aggiungere un’operazione parallela e quasi identica: l’invasione nei miei testi di citazioni letterarie totalmente inventate, che si mescolano con quelle vere. E perché, mio Dio, lo faccio? Credo che in fondo, dietro questo metodo, ci sia un tentativo di modificare leggermente lo stile, forse perché è già da tempo che penso che, nel romanzo, sia tutta una questione di stile. (…) Sì, è vero. Scriviamo sempre dopo gli altri. E a me non provoca problemi ricordare di frequente questa evidenza. Di più: mi piace farlo, perché dentro di me si annida un dichiarato desiderio di non essere mai unicamente me stesso, ma di essere anche, sfacciatamente, gli altri.

 

Mi chiamo Tabucchi, come tutti. E, come lui, dubito, per esempio, dell’esistenza di Borges e penso che il suo rifiuto di un’identità personale (il suo desiderio di essere Nessuno) non fu mai soltanto un atteggiamento esistenziale pieno di ironia, ma piuttosto il tema centrale della sua opera. Nel suo racconto La forma della spada Borges, attraverso il personaggio di John Vincent Moon, sostiene la seguente convinzione: "Ciò che fa un uomo, è come se lo facessero tutti gli uomini. È per questo che non è ingiusto che una disobbedienza in un giardino contamini tutto il genere umano; come non è ingiusto che la crocifissione di un solo ebreo sia sufficiente per salvarlo. Probabilmente Schopenhauer ha ragione: io sono gli altri, ogni uomo è tutti gli uomini, Shakespeare è in qualche modo il miserabile John Vincent Moon".

Anch’io adesso sono John Vincent Moon e dico che, per Borges, lo scrittore chiamato Borges era un personaggio che lui stesso aveva creato e che, se proseguiamo nel suo paradosso, possiamo dire che Borges, personaggio di qualcuno come lui, non è mai esistito, è esistito solo nei libri. Questo l’ha detto anche Tabucchi e anch’io, pertanto, sono Tabucchi, che un giorno mi diede un foglietto sul quale era scritta la frase di Borges: "Io sono gli altri, ogni uomo è tutti gli uomini". È per questo che, quando scrivo, sono senza dubbio Tabucchi, Satie, Borges e John Vincent Moon e tutti gli uomini che sono stati tutti gli uomini di questo mondo. Anche se, questo sì, per non complicare ancora di più le cose, mi chiamo unicamente Antonio Tabucchi. Come tutti, del resto.

 

 

 



Fonte: La Repubblica, domenica 10 giugno 2012
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12/7/2012 - 11:50

AUTORE:
laura

bell'articolo in omaggio a tabucchi. ho letto donna di porto pim e sono rimasta impressionata...